DOSSIER
REGIONALE 2005
SULLE
POVERTÀ IN CAMPANIA
La raccolta dei
dati e la pubblicazione di questo rapporto sono parte integrante del Progetto
Rete Nazionale coordinato da Caritas Italiana.
I N D I C E
Presentazione
A cura del Direttore di
Caritas Italiana
A cura del Delegato
Regionale Campania
Introduzione
Gli obiettivi del
dossier
Staff e risorse umane coinvolte
Parte prima:
I Centri di Ascolto della Campania
Il focus group
Chi siamo:
La storia dei Centri di Ascolto
Cosa facciamo nel CdA:
Qui e ora
Con chi lo facciamo:
Comunità Cristiana / Territorio
Come lo facciamo:
Ascolto/Promozione/Accompagnamento/Assistenza
Dove vogliamo andare:
Il futuro, scenari che si aprono
Parte seconda:
Il percorso quantitativo
Domanda sociale e povertà emersa in Campania
Metodi e tappe di lavoro
Differenziazione per genere
Utenti italiani e stranieri
Classi di età
Stato civile e situazioni di
convivenza
Condizione professionale
Dimora abituale
Titolo di studio
Profilo degli utenti italiani e stranieri
Bisogni degli utenti
Richieste espresse dagli utenti
Interventi effettuati dai CdA
Parte terza:
Un approfondimento sull’immigrazione
Domanda sociale e povertà emersa in Campania:
Cosa si evince sull’immigrazione
Caratteristiche socio-anagrafiche degli immigrati
Donne straniere, famiglie e minori immigrati
di seconda generazione
Aspetti problematici
dell’immigrazione in Campania
Parte quarta:
Il percorso qualitativo
Interviste agli
operatori ed agli utenti
dei Centri di Ascolto
Caritas
Metodi e tappe di lavoro
Le interviste agli operatori Caritas
Le principali tipologie di famiglie in situazione
di povertà e disagio sociale
I cambiamenti nel tempo
Le situazioni di disagio sociale che non si
rivolgono al CdA
L’analisi
delle storie di vita
La storia della famiglia e la situazione
del
disagio familiare oggi
Genesi e cause del disagio sociale
Reti di assistenza e reti di relazionali
Le prospettive ed i progetti futuri
Parte quinta:
Il welfare in Campania
Analisi e
valutazione del welfare regionale
Aree prioritarie di intervento
Priorità della programmazione regionale
Le Caritas della Campania e le
politiche sociali
Analisi di una buona prassi della Caritas diocesana di Avellino
Parte sesta:
La riflessione pastorale finale
Perché un dossier sulle povertà?
Appendice
Diocesi aderenti al Progetto Rete
Centri di Ascolto coinvolti nelle interviste
E’ con immenso piacere che presentiamo il Dossier sulle Povertà in Campania 2005 che, in continuità con la
pubblicazione dello scorso anno, viene a mostrarci con rinnovata chiarezza ed
attenzione i bisogni e le storie di coloro che vivono situazioni di disagio e
di povertà quotidiane.
Occorre infatti che ai poveri venga dato un volto concreto, affinché si presentino con la loro dignità di persone che, pur vivendo un momento di difficoltà, conservano intatta quella speciale impronta di Dio che è presente in ognuno di noi. Uomini che sono innanzitutto fratelli in Cristo. «Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29).
Il mio ringraziamento pertanto va in primo luogo alle Caritas Diocesane della Campania ed ai loro direttori per l’impegno quotidiano che profondono in favore dei più bisognosi. Non è possibile però non ricordare il sacrificio dei tanti volontari che ogni giorno, con abnegazione, leniscono le sofferenze materiali e spirituali di chi si rivolge loro e divengono così vera icona cristiana. «La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (At 4,32).
Desidero quindi sottolineare
l’importanza del Progetto Rete che è a monte di questa pubblicazione. Infatti,
la volontà di lavorare insieme di tutte le Caritas diocesane della Campania, la
possibilità di una lettura che rispetti le differenze ma rafforzi gli aspetti
comuni, è profonda ricchezza per tutta
Auspico, pertanto, che per il futuro questo lavoro possa proseguire con rinnovato impegno, coinvolgendo sempre più le nostre comunità affinchè il prezioso lavoro di ognuno tragga nuova linfa dalla cooperazione di tutti.
Possa il Signore Gesù Cristo
accompagnare i vostri passi presenti e futuri, guidandovi con il Suo spirito
affinché nel vostro operare quotidiano possiate compiere ogni giorno
S.E. Mons.Gerardo Pierro
Arcivescovo Delegato
Pastorale della Carità
La pubblicazione di questo dossier
regionale avviene nell’ambito del Progetto Rete Nazionale, promosso dalla
Caritas Italiana nel 2003 e sviluppato nel corso di questi anni.
Questo progetto,
promuovendo le attenzioni, le funzioni e i “luoghi” essenziali di ogni Caritas
diocesana, vuole garantirne l’identità di organismo pastorale in tutti i
contesti, a partire da quelli più fragili. Tale azione è
quanto compete come compito primario a Caritas Italiana, evidenziato anche
dall’itinerario compiuto negli anni 2001-2004 che, rispondendo alla domanda Quale Caritas per i prossimi anni? ha
sottolineato:
-
la necessità di assumere un metodo di lavoro basato sull’ascolto,
l’osservazione e il discernimento;
-
l’esigenza di scegliere, tra tutte quelle
possibili, azioni capaci di collegare
emergenza e quotidianità;
-
la scelta di costruire e proporre
esperienze/percorsi educativi in
grado di incidere concretamente nella vita delle persone e delle comunità.
Metodo,
azioni e percorsi educativi, in estrema sintesi, costituiscono la “spina
dorsale” dell’essere Caritas, le coordinate essenziali su cui, alla luce di
un’esperienza ormai collaudata, costruire le diverse progettualità.
In tale prospettiva assume fondamentale
importanza curare i “luoghi” senza i quali è impensabile essere ed esprimere,
come organismo, la propria identità e i propri compiti pastorali:
-
il Centro di Ascolto;
-
l’Osservatorio delle Povertà e delle Risorse;
-
il Laboratorio diocesano per la promozione delle
Caritas parrocchiali.
La promozione di
questi tre luoghi pastorali in ogni Caritas diocesana è la finalità principale
del Progetto Rete.
La raccolta dei dati relativi alle persone che si rivolgono ai Centri
di Ascolto, con la cura quantitativa e qualitativa dei dati e delle connessioni
con il territorio, va considerata come un’azione necessaria soprattutto per
abilitare le Caritas diocesane ad un lavoro più sistematico e costante in tali
realtà.
Inoltre, la promozione di un lavoro comune fra i tre luoghi pastorali propri, non fa del Progetto Rete solo un progetto importante, ma del “modo di fare Caritas”, che impegna Caritas Italiana a sostenere lo sviluppo delle Caritas diocesane a partire da un progetto che promuove la crescita armonica di tutte le loro funzioni essenziali e la loro sintonia di fondo.
Ascoltare le persone in
difficoltà, osservare la realtà nel suo complesso e discernere ciò che è
necessario fare investe la responsabilità di tutta la comunità ecclesiale e la
sollecita ad un coinvolgimento puntuale e costante verso le situazioni di
povertà vicine e lontane, sia in termini di attenzione personale, ma anche di
sensibilizzazione e animazione verso la realtà sociale.
La necessità di tale metodo
e impegno ci viene ricordata anche da papa Benedetto XVI nella sua recente
enciclica: “La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve
essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia
lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del
bene la interessa profondamente” (Deus Caritas est, n. 28)
La realizzazione e la pubblicazione di questo dossier
regionale si colloca pienamente in questa direzione, anche come stimolo alle
Caritas diocesane per valorizzare e sviluppare questo lavoro nei propri
contesti territoriali.
sac. Vittorio Nozza
Direttore Caritas Italiana
Viviamo in un
tempo in cui il reale sembra non appassionare, l’uomo si rifugia in un mondo da
lui stesso costruito, l’apparenza sostituisce la sostanza, il sogno la
speranza. Anche la carità rischia di scadere in un gesto estemporaneo e fugace,
senza la presa di coscienza dell’altro con il quale rischiare il proprio
cammino.
A questa
tentazione di fuga dall’esistenza risponde Gesù assumendo su di sé il dramma
dell’uomo. L’uomo il cui cuore mendica amore vive il suo rapporto col mondo con
difficoltà, ancor più colui che per un motivo o per un altro non trova spazio nella “città” ed è costretto a
correre tra le numerose vie del mondo. “ Ho avuto fame e mi avete dato da
mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete
ospitato, ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato,
carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt
25,35e ss.), è dalla concretezza della vita che nasce la domanda la sola che ti
rende consapevole di essere vivo.
Il povero, il
forestiero, l’emarginato, i senza casa, i senza lavoro, gli ultimi, gli extra
moenia, si pongono come sentinelle nel mondo, perché la vita non diventi grigia,
incolore e insipida.
Accogliamo la
sfida di questo tempo e ci lasciamo interpellare dai tanti volti di nostri
fratelli che incontriamo sul nostro cammino. Non si tratterà di saper
organizzare un servizio ma di offrire un’amicizia donando
Questo secondo
Dossier regionale sulle povertà, promosso dalla Caritas Italiana, a cura della
Delegazione Regionale Caritas Campania è frutto di un intenso lavoro avviato da
alcuni anni e che ci ha visti impegnati sul fronte dei problemi connessi alle
povertà e ai disagi di tanti uomini e donne, è la continuità di quanto già
espresso nel primo dossier pubblicato nell’aprile del 2005.
Esso è
destinato, in primo luogo, a tutte le comunità parrocchiali dell’intera Regione
Campania quale contributo per la riconsiderazione dei piani pastorali, tenendo
al centro i poveri e i suoi bisogni.
Ringrazio
tutti i Direttori delle Caritas Diocesane, gli operatori e volontari dei Centri
di Ascolto, in Rete, hanno permesso con il diuturno ascolto di costruire una
vera rete solidale e i dati di questo Dossier strumento prezioso a servizio di
tutta la comunità. Rinnovo la gratitudine a S. E. Mons. Gerardo Pierro,
Arcivescovo Delegato per
sac. Vincenzo Federico
Delegato Caritas Campania
Gli obiettivi del dossier
Il Dossier Regionale 2005 sulle Povertà in Campania nasce nell’ambito del Progetto Rete, grazie alla collaborazione di 11 diocesi campane:
Ø
Acerra
Ø
Alife-Caiazzo
Ø
Amalfi-Cava
de’ Tirreni
Ø
Avellino
Ø
Aversa
Ø
Napoli
Ø
Nola
Ø
Pozzuoli
Ø
Salerno-Campagna-Acerno
Ø
Sorrento-Castellammare
Ø
Teggiano-Policastro
Il Progetto Rete trae origine
dall’esperienza realizzata in questi anni all’interno dei Centri di Ascolto, degli
Osservatori delle Povertà e delle Risorse, dei Laboratori per le Caritas
parrocchiali della regione Campania. Il suo principale obiettivo è collegare
organicamente a livello diocesano il lavoro realizzato da queste tre diverse ma
interdipendenti dimensioni, nella prospettiva di promuovere la testimonianza
della carità dei singoli e delle comunità ecclesiali "in forma consona ai tempi e ai bisogni", e stimolando la
comunità civile ad essere più solidale ed attenta alle situazioni di difficoltà.
In questi anni il Progetto Rete Caritas Campania ha messo in luce il ruolo fondamentale svolto nei tre ambiti: CdA, OPR, LCP relativo alle dimensioni dell’ascolto, dell’osservazione e del discernimento, per una promozione umana che vada al di là del semplice assistenzialismo, favorendo “progetti di vita” che ridiano dignità a coloro che si rivolgono alla Caritas chiedendo aiuto.
Il lavoro di raccolta dati presentato
in questo dossier deriva infatti dall'ascolto diretto delle persone in
difficoltà. Un attento ascolto è il
primo passo da compiere per superare le barriere della paura e della vergogna
di chi, in una reale situazione di disagio, ha difficoltà ad esprimere i propri
bisogni e spesso anche a comprendere i percorsi che lo hanno condotto fin lì. Un
buon lavoro di ascolto e di osservazione migliora la qualità stessa dei dati,
ma soprattutto è l’unica strada per porsi efficacemente al servizio degli
altri.
Ma proprio perché l’aiuto possa rivelarsi efficace, occorre conoscere le dinamiche all’interno delle quali vivono ed operano coloro che si rivolgono alla Caritas. E’ fondamentale quindi l’osservazione del territorio in relazione ai bisogni ed alle risorse che esso esprime. Perciò, non dimenticando ma anzi valorizzando le differenze tra le diverse realtà diocesane della Campania, le funzioni dell’ascolto, dell’osservazione e del discernimento finiscono per integrarsi in un unico progetto di azione.
Solo un’attenta comprensione del territorio ed uno stretto coordinamento tra le diverse realtà diocesane può rendere concreta la realizzazione di significativi strumenti pastorali, che garantiscano un’efficace animazione all’interno delle comunità parrocchiali. Il progetto perciò, superando le differenze territoriali, vuole fornire un valido supporto in relazione alla dimensione ecclesiale partendo dalla parrocchia, passando per la diocesi fino a giungere alla dimensione regionale.
Il Progetto Rete vuole anche farsi promotore dello sviluppo di concrete politiche sociali. Considerando che il welfare è sempre più lontano dalla dimensione nazionale a favore invece di una dimensione regionale, infatti, un’azione concreta nei riguardi delle politiche sociali non può prescindere da una conoscenza documentata delle povertà e delle risorse messe in campo per combatterla.
Secondo le linee proprie della Caritas, si vuole valorizzare l’azione di ascolto grazie all’osservazione ed all’analisi delle dinamiche in atto nel territorio campano, per evidenziare le criticità legate all’acuirsi di vecchie povertà e per mettere in luce le caratteristiche delle nuove povertà.
Per comprendere quanto sia critica la situazione campana, basti pensare che tra i dati che con più forza emergono da questo dossier, registriamo un aumento sensibile di famiglie che prima riuscivano ad arrivare alla fine del mese e che ora rasentano la soglia della povertà. E’ questo il segno di una povertà che non solo è in progressivo aumento ma che, colpendo soprattutto la famiglia, finisce per minare le basi stesse della società.
Lo scopo finale è quindi quello
di presentare un dossier dal quale scaturisca un’azione di discernimento in
grado di sostenere l’azione pastorale delle singole Caritas diocesane e della
stessa Delegazione Caritas Regionale, ma al tempo stesso di influire nella
programmazione delle politiche sociali per un’azione da compiere in sinergia
con l’ambito istituzionale e non in una logica di sostituzione ad esso.
Staff e risorse
umane coinvolte
Il Dossier Regionale 2005 sulle Povertà in Campania è frutto del lavoro collettivo del gruppo di ricerca della Delegazione Regionale Caritas Campania coordinato da Ciro Grassini.
Relativamente alla stesura del testo la parte prima: I Centri di Ascolto della Campania, la parte seconda: Il percorso quantitativo, la parte quarta: Il percorso qualitativo sono a cura di Ciro Grassini.
La parte terza: Domanda sociale e povertà emersa in Campania:
Cosa si evince sull’immigrazione è a cura di Giancamillo Trani.
La parte quinta: Analisi e valutazione del welfare regionale è a cura di Imma Mazzotta.
La parte sesta: La riflessione pastorale finale è a cura di don Marco Russo
Ø
Ciro
Grassini, giornalista, referente regionale per il Progetto Rete Caritas
Campania. Collabora con
Ø
Imma
Mazzotta, sociologa, referente Progetto Rete per
Ø Don Marco Russo, docente di Teologia Pastorale. Direttore Caritas Diocesana di Salerno.
Ø
Giancamillo
Trani, responsabile Ufficio Immigrazione della Caritas Diocesana di
Napoli. Coordinatore Regionale Immigrazione Caritas Campania.
Parte prima:
I Centri di Ascolto della Campania
a cura di Ciro Grassini
Il focus group
Nell’ambito del Progetto Rete
Caritas Campania si è ritenuto realizzare un capitolo che fosse interamente
dedicato ai Centri di Ascolto della Campania. Lo scopo era di conoscere più a
fondo questa realtà dal cui lavoro quotidiano è partita l’intera indagine del dossier.
Il Centro di Ascolto (CdA) è uno
strumento pastorale di carità che, operando attraverso il lavoro dei volontari,
è espressione di tutta la comunità cristiana. E’ un luogo in cui si vive
concretamente ed evangelicamente la carità attraverso l’ascolto. È uno strumento grazie al quale è possibile
portare a conoscenza della comunità ecclesiale e della società civile, i
bisogni dei più poveri e di coloro che vivono situazioni di disagio sociale,
affinché assumano comportamenti di corresponsabilità e di condivisione nei
confronti di chi è in difficoltà.
Una delle possibili letture dei
Centri di Ascolto può essere realizzata attraverso il tipo di servizi offerti.
A riguardo è fondamentale sottolineare che, se da un lato occorre evitare di
dare a chi si rivolge al CdA solo ascolto e null’altro, nello stesso tempo,
ancor più pericoloso, sarebbe configurare il CdA come semplice erogatore di
servizi, con il rischio di sostituirsi alle istituzioni in un compito non
proprio. Occorrerebbe invece fare un’azione integrativa rispetto ai vari
interventi previsti dai servizi sociali, caratterizzando la propria opera
soprattutto attraverso il rispetto della persona umana che vive una situazione
di disagio sociale.
Esistono diverse tipologie di
Centri di Ascolto: diocesano, zonale (foraniale, decanale ecc.) e parrocchiale,
a seconda che siano espressione dell’intera diocesi, di una zona ben definita
del territorio diocesano o di una singola parrocchia.
Per cercare di comprendere le
dinamiche interne ai diversi Centro di Ascolto della Campania, è stato
realizzato un focus group che aveva l'obiettivo di leggere i modelli di CdA
esistenti, coinvolgendo i responsabili e gli operatori degli stessi in una
riflessione sui seguenti cinque punti:
Chi
siamo: La storia dei Centri di Ascolto
Cosa
facciamo nel CdA: Qui e ora
Con
chi lo facciamo: Comunità Cristiana/Territorio
Come
lo facciamo: Ascolto/Promozione
Accompagnamento/Assistenza
Dove
vogliamo andare: Il futuro, scenari che si aprono
Il focus è stato realizzato grazie alla collaborazione degli operatori dei CdA delle seguenti diocesi: Acerra, Alife-Caiazzo, Amalfi-Cava de’ Tirreni, Avellino, Aversa, Napoli, Nocera-Sarno, Nola, Pozzuoli, Salerno-Campagna-Acerno, Sorrento-Castellammare di Stabia, Teggiano-Policastro.
Si è svolto a Pompei, nella sede
della Conferenza Episcopale Campana, sabato 14 gennaio 2006.
Gli operatori provenivano sia da Centri di Ascolto diocesani sia parrocchiali e avevano all’attivo un tempo diverso di esperienza nel CdA, da parecchi anni a qualche mese. Questa eterogeneità ci ha permesso di avere un quadro il più completo possibile dell’universo CdA.
Chi siamo – La storia dei Centri di Ascolto
«La storia del CdA è più ampia delle nostre singole esperienze di vita.
Siamo testimoni di vicende travagliate, fatte di speranze e di attese a volte
deluse, ma che nel corso degli anni ci hanno fatto crescere personalmente e
come Centro di Ascolto. Nel tempo siamo passati dal primo ascolto alla
creazione della Rete sul territorio, per offrire sempre più servizi ampi e
qualificati a chi ci domandava aiuto».
Dalle parole degli operatori si
scopre che il CdA nasce come risposta alle esigenze ed ai problemi emersi dal
territorio. Molti volontari denunciano lo scarso impegno delle istituzioni,
troppe volte latitanti nei riguardi delle persone in difficoltà. Il povero, il
bisognoso, l’emarginato è costretto perciò a cercare altrove l’aiuto di cui
necessita.
Relativamente ai percorsi che hanno portato alla nascita dei Centri di Ascolto della Campania, sono state sottolineate soprattutto due strade: quella che parte dalla parrocchia e quella che invece nasce dalla diocesi.
Diversi CdA sono nati da singole
esperienze o da movimenti ecclesiali che comunque operavano a livello
parrocchiale. In alcuni casi è stata creata prima
Altre volte, invece, proprio a
livello diocesano si è sentito il bisogno di dotarsi di uno strumento che
potesse rispondere alle esigenze ed ai bisogni dei più poveri. In alcuni casi
il vescovo in persona si è fatto promotore dell’iniziativa.
Molti operatori hanno sottolineato che il CdA nasce anche per dare voce a chi voce non ha, perciò la sua storia è anche il racconto delle storie di vita dei suoi utenti.
Cosa facciamo nel CdA – Qui e ora
«All’interno del Centro di Ascolto si stabiliscono rapporti di amicizia
e di solidarietà verso persone stanche e deluse, che non sempre sono pronte ad
aprirsi con noi operatori, scettici dell’aiuto che possiamo dare loro. Spesso
occorrono parecchi incontri prima che possa stabilirsi un vero rapporto di
fiducia che ci aiuti ad operare con loro, per realizzare un adeguato percorso
di vita».
Sono diversi gli aspetti del
lavoro compiuto all’interno dei CdA messi in evidenza dagli operatori. In
particolare viene data importanza alle dimensioni dell’accoglienza, dell’ascolto,
dell’accompagnamento, del discernimento, della promozione umana. Attraverso
l’analisi delle domande che vengono poste dagli utenti, ma soprattutto grazie
ad un ascolto attento che vada oltre le semplici richieste materiali, si cerca
di capire il vissuto della persona ed i suoi reali bisogni. L’obiettivo è di
dare una mano alle persone in
difficoltà nel ritrovare fiducia in se stesse e negli altri, aiutandoli
a prendere coscienza della propria situazione affinché riescano a stabilire
relazioni costruttive con gli altri.
Viene sottolineato in particolare
come l’azione del discernimento sia difficile e necessiti di tempi lunghi.
Anche per questa ragione la risposta alle problematiche di chi si rivolge ad un
Centro di Ascolto Caritas è diversa da quella istituzionale. Un ente pubblico,
che per forza di cose non può dedicare lo stesso tempo e le stesse attenzioni a
chi è in difficoltà, è perciò fondamentalmente un erogatore di servizi. Il CdA
punta invece sull’aspetto relazionale, sul rapporto umano e diretto con
l’utente, la cui base non può essere che l’ascolto.
Il lavoro in molti Centri di Ascolto campani viene realizzato però anche attraverso l’aiuto economico alle famiglie in difficoltà, pagando bollette, dando pacchi alimentari ecc. Ma anche in questi casi si cerca, comunque e sempre, di andare oltre l’assistenzialismo. Spesso l’intervento economico rappresenta solo il primo passo per cominciare poi un’opera di sostegno alla persona attraverso un accompagnamento che la renda autonoma. In questi casi la rete di relazioni, realizzata con gli enti pubblici, le associazioni e con tutti coloro che operano sul territorio nel terzo settore, si è dimostrata un efficace strumento di lavoro all’interno del Centro di Ascolto, proprio perché, partendo dalla soluzione di un bisogno materiale immediato, è stato possibile coinvolgere l’utente in un percorso di uscita dal bisogno.
In alcuni casi gli operatori realizzano visite domiciliari per aiutare direttamente le persone in difficoltà. Un approccio del genere si rende necessario non solo quando esistono gravi problemi di salute che non consentono all’assistito di recarsi personalmente al Centro di Ascolto, ma si è dimostrato necessario soprattutto con coloro che vivono con soggezione la loro situazione d’indigenza, o quando le problematiche familiari erano tali che recarsi direttamente a casa era l’unica soluzione. Questi casi “particolari” giungono al CdA perché sono spesso segnalati dal parroco o da parenti ed amici che si fanno portatori del problema.
Con chi lo facciamo - Comunità Cristiana/Territorio
«Il lavoro di Rete è fondamentale all’interno di un Centro di Ascolto, ma si rivela spesso molto faticoso. Ci sono infatti grosse ritrosie ad accettare forme di collaborazione sia da parte della comunità cristiana che da parte delle istituzioni che operano sul territorio».
Il Centro di Ascolto orienta la
propria opera di collaborazione fondamentalmente su due livelli diversi, a
seconda che sia parrocchiale o diocesano. Il CdA parrocchiale cerca di
coinvolgere la comunità cristiana di appartenenza, le associazioni ecclesiali e
Il Centro di Ascolto diocesano opera invece più con le istituzioni che sono attive sul territorio, cercando forme di dialogo e di collaborazione con i comuni per quanto riguarda le politiche sociali, con i patronati per la risoluzione di pratiche burocratiche, con le ASL ed in particolar modo con i Servizi Sociali per interventi più diretti. Quando è possibile si cerca anche la collaborazione con le parrocchie.
Il tentativo, svolto in particolare nei confronti della società civile e delle istituzioni locali, è di mantenere desta la loro attenzione alle situazioni di povertà presenti sul territorio, affinché possano farsene carico concretamente attraverso un’azione di sensibilizzazione che li porti ad una fattiva corresponsabilità.
Il Centro di Ascolto, sia
parrocchiale sia diocesano, continua a seguire l'evoluzione dell'intervento che
ha provocato, per verificare il risultato e l'adeguatezza di quanto viene
realizzato.
In ogni caso, partendo dalla tipologia del bisogno e solo dopo un ascolto attento, si sceglie la strada da seguire per rispondere direttamente agli utenti o per indirizzarli verso le risorse attivate sul territorio, cercando un percorso ottimale di uscita dalla situazione di difficoltà che elimini le cause del disagio sociale.
Come lo facciamo:
Ascolto
/ Promozione / Accompagnamento / Assistenza
Ascoltare significa innanzitutto
accogliere la persona al di là del suo bisogno. Perciò, seguendo le linee guida
della Caritas Italiana, all’interno dei CdA della Campania si cerca di
realizzare in primo luogo un’adeguata accoglienza. Non ci sono preclusioni di
alcun genere, né tanto meno differenziazioni
di razza, di sesso, di religione. Si accoglie la persona nella sua interezza,
cercando sempre di porre al primo posto la sua dignità di essere umano e
vivendo l’accoglienza come valore evangelico. La persona viene
accolta nella sua unicità, non come un problema da risolvere, ma come una
storia di cui farsi carico.
«L’ascolto è fondamentale per porsi in relazione con chi chiede il nostro aiuto. Si ascolta almeno in due volontari, in un luogo adatto a garantire il rispetto e la tranquillità di chi si rivolge a noi».
L’ascolto è l’unico modo attraverso il quale è possibile conoscere l’altro, leggere il suo vissuto personale e comprendere la sua sofferenza, cercare di capire il suo problema reale e la sua situazione complessiva, ma anche instaurare con lui un rapporto di fiducia che risulta fondamentale per il compimento di un percorso di affrancamento dal bisogno.
E’ un ascolto compiuto da operatori che vivono il loro impegno non come un incarico personale, ma come un mandato dell’intera comunità cristiana. Spesso i volontari non sono figure “professionali” dell’ascolto, ma è proprio in virtù del mandato ricevuto che, in collaborazione con il parroco o con il direttore Caritas, si pongono al servizio degli altri. L’ascolto può essere realizzato direttamente con il portatore del disagio o tramite qualcun altro che segnala il caso. Fondamentale si dimostra un rapporto di empatia che sia sempre scevro da giudizi. Qualcuno degli operatori Caritas coinvolti nel focus group definisce l’ascolto «come un ponte che si getta verso l’altro, attraverso il quale entrare in contatto con chi si trova in difficoltà, riconoscendo in chi ci è di fronte un fratello».
«La cosa più difficile è la promozione. Il rischio è di sostituirsi all’altro ed il troppo appoggiarsi all’operatore spesso non permette alla persona di compiere un reale cammino di fuoriuscita dal disagio».
La promozione umana è una delle
attività preponderanti all’interno dei CdA al fine di favorire, anche in
collaborazione con le istituzioni, uno sviluppo integrale dell'uomo che si
realizzi nel rispetto del suo essere. Si cerca perciò di rendere possibile un
percorso verso la riscoperta della propria dignità personale, stimolando un
cambiamento del proprio stile di vita attraverso l’attivazione di capacità che
spesso sono celate agli occhi stessi di coloro che sono in difficoltà.
Il lavoro di promozione si concretizza quindi attraverso la vicinanza e la frequentazione, facendosi carico dell’altro, ma stando attenti a non cadere nella tentazione di sostituirsi all’altro.
«Per accompagnare chi si trova in difficoltà occorre condividere le sue sofferenze, facendosi davvero prossimo dell’altro».
L’accompagnamento viene realizzato affiancando gli utenti nel loro percorso di vita, anche quando lasciano il CdA. Si cerca sempre di restare in contatto con loro aiutandoli a risolvere una pratica burocratica o accompagnandoli ad una visita medica, ma anche attraverso interventi più rilevanti quali trovare un lavoro o risolvere difficoltà personali.
Si lavora in equipe proprio perché questo senso di “chiesa che accoglie ed accompagna l’altro come comunità” sia sempre evidente in coloro che si rivolgono al CdA. Molti sottolineano infatti il rischio che la persona in difficoltà possa identificare nel singolo operatore del CdA colui che lo ha aiutato.
«Chi si rivolge al Centro di Ascolto cerca spesso un aiuto immediato che possa risolvergli il problema che ha al momento. E’ molto più difficile cercare di realizzare con lui un progetto di vita».
Soprattutto a livello di Caritas
parrocchiali, molti dei partecipanti al focus sottolineano come, ancora oggi,
nei CdA campani si faccia ricorso alla distribuzione del pacco viveri o si
elargiscano aiuti economici per pagare bollette o altro. Si cerca però di non
trasformare mai l’assistenza in assistenzialismo, perché un gesto di aiuto non
sia visto come un’elemosina. Anche attraverso un aiuto materiale, quale può
essere il pacco viveri, infatti, si vuole rendere possibile un cammino
pedagogico il cui fine ultimo sia la concretizzazione di un progetto di vita.
La maggioranza degli operatori sottolinea però le resistenze da parte degli
utenti ad assumere un impegno in tale direzione.
Alla base del lavoro dei Centri
di Ascolto c’è il periodico riunirsi con l’intera equipe del CdA per decidere
le linee di intervento, per rinnovare le motivazioni di ciascuno, per capire se
ci sono delle difficoltà e come poterle affrontare insieme, proponendo eventuali
miglioramenti all’organizzazione del Centro stesso. Strumento fondamentale è il
progetto operativo, un documento che
fornisce le linee cui devono attenersi gli operatori del Centro di Ascolto.
Questo documento viene aggiornato ed integrato in base all’evolversi delle
situazioni concrete con cui il Centro entra in contatto quotidianamente.
Fondamentale è il confronto continuo con il parroco o con il direttore Caritas che sempre resta la guida dell’equipe del CdA.
Dove vogliamo andare – Il futuro, scenari che si aprono
«Bisogna consolidare e potenziare ciò che già esiste, ma è importante
anche creare nuove vie che ci consentano di aiutare in maniera più efficace il
prossimo, stimolando soprattutto i giovani a farsi promotori della Carità. È
opportuno inoltre che per il futuro la formazione degli operatori sia ancor più
puntuale ed adeguata».
I partecipanti al focus group di Pompei mettono in evidenza come, attraverso il Centro di Ascolto quale opera-segno, sia necessaria una sempre più forte opera di sensibilizzazione del territorio ad una nuova mentalità volta a considerare la centralità della persona.
Occorre perciò opporsi con rinnovato vigore a logiche di assistenzialismo che sviliscono i valori della persona. Quest’azione è possibile solo realizzando una concreta comunione tra la comunità cristiana e gli enti che operano sul territorio. Una comunità quindi che sia pronta ad ascoltare per essere realmente sensibile ai disagi della persona.
E’ necessario perciò sviluppare in maniera più adeguata un dialogo sia in senso verticale sia orizzontale, che deve significare una cooperazione con le istituzioni ed al tempo stesso un dialogo con la comunità cristiana. Non è possibile per il futuro prescindere da questi obiettivi se si vuole che il Centro di Ascolto sia fedele al suo mandato.
Risulta inoltre fondamentale
migliorare
Per il futuro ci si augura anche
che si possa realizzare una migliore e più efficace formazione degli operatori,
soprattutto legata al reale significato del Centro di Ascolto. Sempre più
l’opera all’interno del CdA ha difatti bisogno, partendo dalla logica di un
irrinunciabile mandato ecclesiale, di una professionalità che non sia
professionalizzazione ma che non lasci al contempo spazio all’improvvisazione.
Parte seconda: L’indagine
quantitativa
Domanda sociale e povertà emersa in Campania
a cura di Ciro Grassini
Metodi e tappe di
lavoro
La stima
ufficiale della povertà relativa viene calcolata in Italia dall’Istituto
Nazionale di Statistica (ISTAT), basandosi su una soglia convenzionale che
individua un valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia è
definita povera in termini relativi. La percentuale d’incidenza della povertà
tra le famiglie si calcola mettendo in rapporto il numero di famiglie con spesa
media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il
totale delle famiglie residenti in quel territorio. Secondo i dati forniti
dall’Istat per i residenti in Campania nel 2003 questo valore era pari al 21,2%
ed è salito nel 2004 al 24,9%, coinvolgendo quindi una famiglia su quattro.
Tale misura è in linea con il resto delle regioni del Mezzogiorno, ma
lontanissima da quelle del Nord (4,7%) e del Centro (7,3%).
L’indagine presentata in questo
capitolo nasce dall’esame dei dati raccolti in diversi Centri Caritas aderenti
alla Rete Regionale dei Centri di Ascolto e degli Osservatori delle Povertà e delle
Risorse. Trattandosi di un campionamento non determinato con processi
statistici, non è possibile affermare che i dati siano statisticamente
rappresentativi del fenomeno delle povertà in Campania. Occorre però sottolineare
che la presenza di un grande centro urbano come Napoli, di città quali Avellino
e Salerno, di realtà significative come Acerra, Aversa, Cava de’ Tirreni, Nola,
Pozzuoli e Sorrento, più alcuni centri più piccoli ma comunque distintivi della
dimensione locale campana, forniscono un panorama abbastanza completo della
regione. Inoltre i dati risultanti, non essendo dipendenti da logiche di
consumo di beni e di servizi, sono indicativi della reale domanda sociale e dei
bisogni emergenti, per cui ci forniscono un spaccato delle dinamiche di povertà
regionali effettivamente esistenti, viste attraverso “gli occhi” dei Centri di
Ascolto della Caritas.
Per la rilevazione sugli utenti
relativa all’anno 2005 sono state coinvolte nella raccolta dati 11 diocesi aderenti al Progetto Rete,
per un totale di 25 Centri di Ascolto.
Relativamente ai Centri di
Ascolto da interessare nell’indagine era stata lasciata piena autonomia alle
diocesi di deciderne il numero, purché i Centri potessero assicurare le seguenti azioni: accoglienza e
ascolto, orientamento, accompagnamento, prima risposta in situazioni di
emergenza. In ogni diocesi è stato selezionato almeno un Centro di
Ascolto diocesano, e in alcuni casi sono stati coinvolti anche Centri di Ascolto
parrocchiali, considerati rappresentativi della realtà locale per capacità e
qualità di lavoro espresse.
Nel prospetto seguente sono
illustrate le diocesi della Campania ed il numero di CdA coinvolti
nell’indagine:
Tabella 1 – Centri di Ascolto ripartiti per diocesi
|
diocesi |
n. CdA |
|
Acerra |
4 |
|
Alife-Caiazzo |
1 |
|
Amalfi-Cava
de’ Tirreni |
1 |
|
Avellino |
1 |
|
Aversa |
3 |
|
Napoli |
3 |
|
Nola |
1 |
|
Pozzuoli |
3 |
|
Salerno-Campagna-Acerno |
5 |
|
Sorrento-Castellammare |
2 |
|
Teggiano-Policastro |
1 |
Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Il periodo di riferimento per la raccolta dati era compreso tra i mesi di aprile e settembre 2005. I dati si riferiscono quindi a tutti coloro che sono transitati nei Centri di Ascolto selezionati in questi sei mesi, sia vecchi sia nuovi utenti.
I dati sono stati raccolti
attraverso una scheda-utente compilata dagli operatori che agiscono all’interno
dei diversi CdA. La scheda era divisa in tre sezioni: la prima era relativa
alla parte anagrafica ed al nucleo di appartenenza, la seconda invece
considerava i bisogni degli utenti che venivano alla luce attraverso l’ascolto
compiuto dagli operatori, la terza parte si riferiva invece alle richieste
espresse ed agli interventi effettuati all’interno del Centro di Ascolto. Per
assicurare che lo stesso utente non fosse contabilizzato più volte e che si
trattasse di persone transitate effettivamente nel CdA nel periodo di
riferimento, è stata svolta un’operazione di incrocio e di ripulitura dei dati
affinché i record relativi alle persone che comparivano nella parte anagrafica
corrispondessero realmente a chi aveva espresso una richiesta al Centro di
Ascolto nei mesi dell’indagine. Al termine dell’operazione sono risultati 1245 utenti diversi.
Non è possibile un confronto tra il numero di persone censite e la popolazione residente. Tale raffronto fornirebbe infatti un tasso di incidenza del disagio sociale nella regione davvero troppo basso. Le ragioni che hanno portato ad un numero di utenti nettamente inferiore rispetto alle persone in difficoltà, sono da imputare soprattutto a tre elementi:
I
dati raccolti non si riferiscono a tutti i centri di assistenza della Campania,
ma sono legati solo ad alcuni CdA che oltretutto dovevano presentare le
caratteristiche sopra citate.
Esiste
una quota di povertà sommersa che non si rivolge a nessun centro di assistenza
e quindi non è possibile possa essere analizzata.
Una
parte dei dati è andata parzialmente o del tutto persa. Questo aspetto è legato
al rispetto per la persona umana che sempre viene privilegiato nei Centri
Caritas a discapito della raccolta dei dati. Questo atteggiamento
contraddistingue l’operato di tutti gli operatori dei CdA.
Resta in ogni caso la rappresentatività
dei dati raccolti, perché consente di compiere un’analisi che può
effettivamente svelarci i meccanismi della domanda sociale e delle povertà
emergenti in Campania, viste attraverso gli occhi di chi ogni giorno opera per
e con i poveri.
Differenziazione per genere
Il dato che si riferisce alla
ripartizione per genere, come mostra il grafico sottostante, evidenzia che il
rapporto tra i due sessi è nettamente a favore delle donne con il 65,2%
rispetto al 34,8% degli uomini.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Il calcolo del tasso di
mascolinità, che si ottiene mettendo in rapporto il numero di uomini rispetto
al numero di donne e moltiplicando tale valore per 100, dà in questo caso come
risultato 53,4. Il confronto tra il tasso di mascolinità riferito agli utenti
dei Centri di Ascolto e lo stesso parametro calcolato sulla popolazione
residente in Campania, è necessario per comprendere quanto la presenza
femminile sia sovrarappresentata all’interno dell’universo Caritas.
Tabella 2 - Popolazione residente in Campania.
|
maschi |
femmine |
totale |
Tasso mascolinità |
|
2.803.767 |
2.956.586 |
5.760.353 |
94,8 |
Fonte: ISTAT
(aggiornata 1° gennaio 2004)
Secondo i dati ufficiali (fonte Istat), in Campania il tasso di mascolinità è pari a 94,8. Il raffronto consente perciò di stabilire che esiste un divario enorme tra la realtà Caritas e quella relativa alla popolazione residente. Questo dato indurrebbe a credere ad una situazione di disagio legata prevalentemente alla condizione femminile. In realtà, per non cadere in spiegazioni semplicistiche, occorre bene analizzare il fenomeno e soprattutto scomporlo tra donne italiane e straniere. Vi sono infatti dinamiche diverse che si intrecciano tra loro e che ne rendono complessa la spiegazione.
Il grafico sulla distribuzione degli utenti CdA della Campania per sesso e nazionalità mostra che le donne italiane sono il 68,6% rispetto agli uomini e che invece le straniere sono il 62,7% rispetto ai loro concittadini. Abbiamo pertanto una massiccia presenza di donne per entrambe le nazionalità ma con percentuali diverse.
Per spiegare questo dato occorre innanzi tutto fare una prima considerazione legata al ruolo d’interfeccia che tipicamente la donna italiana svolge in Campania tra la famiglia e le istituzioni, in quanto moglie e madre. Questo fenomeno è confermato non solo dalla specifica letteratura, ma anche dall’indagine qualitativa presentata in un successivo capitolo di questo dossier. Spesso quindi la donna italiana è presente nel CdA non solo per perorare la sua causa, ma in rappresentanza di tutta la famiglia.
Accanto a questo fenomeno occorre però rilevare la differente posizione delle donne italiane e straniere rispetto all’inserimento nel mondo lavorativo, che porta entrambe ad essere più presenti nei CdA rispetto agli uomini, ma per ragioni diverse. Abbiamo quindi due fenomeni opposti che determinano però lo stesso risultato.
Per le donne italiane si
riscontra in Campania una maggiore difficoltà nel trovare lavoro rispetto agli
uomini, e questo porta a fenomeni di esclusione sociale con relativo ricorso al
CdA. Basta analizzare i tassi di disoccupazione nella regione per gli uomini
(12,3% fonte Istat) e confrontarli
con quelli delle donne (21,7% fonte Istat),
per configurare diversi mercati del lavoro in cui la popolazione femminile
risulta enormemente svantaggiata. Del resto le difficoltà lavorative legate al
limitato tasso di crescita dell’economia nella regione, hanno avuto
ripercussioni negative soprattutto sulle categorie più vulnerabili, portando
principalmente alla fuoriuscita dal mercato della componente femminile.
Per le donne straniere invece è l’opposto. Le possibilità lavorative sono decisamente maggiori rispetto ai loro concittadini uomini. Sono infatti richieste soprattutto come badanti o collaboratrici domestiche, e quindi maggiormente attratte dalla nostra regione rispetto a quanto accade per i loro concittadini.
I dati relativi al Dossier Immigrazione 2005 Caritas/Migrantes confermano quanto detto. Con il 57,3% di donne a fronte del 42,7% degli uomini, l’immigrazione in rosa si dimostra prevalente in Campania. Se a questo dato aggiungiamo poi quello concernente le seconde generazioni, nate in Italia da genitori stranieri, che iniziano a comparire nella nostra regione e la cui cura di solito è affidata alle madri, troviamo la spiegazione completa della massiccia presenza di donne straniere all’interno dei CdA.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Un altro interessante confronto
può essere realizzato comparando i dati della Campania con quelli rilevati
dalla Caritas Italiana nel trimestre aprile-giugno 2004, relativi a 10.433
utenti transitati nei Centri di Ascolto di 61 diverse diocesi italiane. In
questo caso la percentuale degli uomini è del 46,9% rispetto al 53,1% delle
donne. Il tasso di mascolinità è quindi pari a 88,3. Questo dato conferma che
l’eccessiva sovrastima del dato delle donne in Campania è tipico della regione,
e non può essere imputato alle dinamiche interne ai Centri di Ascolto.
Utenti italiani e stranieri
Il dato che si riferisce alla cittadinanza mostra che all’interno dei Centri di Ascolto Caritas della Campania gli utenti stranieri rappresentano la maggioranza con il 52,0% di presenze rispetto al totale.
Questo dato può apparire sorprendente considerando che lo scorso anno nella rilevazione trimestrale effettuata per il Dossier Regionale sulle Povertà 2004 era stimata intorno al 30%. Tale variazione non è spiegabile però con un improvviso peggioramento delle condizioni sociali della popolazione straniera, né tanto meno con un aumento esponenziale delle presenze straniere in Campania.
Come rilevato dal Dossier Statistico Immigrazione 2005 Caritas/Migrantes,
le presenze in Campania di cittadini stranieri sono stimabili in 128.049 unità,
con un incremento del 14,8% rispetto alla stima dell’anno precedente, che non
può quindi giustificare da solo la differenza. Inoltre, anche l’indagine
qualitativa non ha messo in luce grandi variazioni rispetto al passato nella
presenza di stranieri nei CdA. Occorre pertanto trovare altrove la spiegazione,
che perciò deve essere strutturale al percorso d’indagine.
Bisogna innanzi tutto considerare che quest’anno il periodo di raccolta dati era di sei mesi rispetto ai tre mesi dello scorso anno (gennaio-marzo 2004), ma la risposta va ricercata anche in considerazione dei Centri di Ascolto coinvolti nell’indagine 2005. Aver incluso due diocesi che nella precedente indagine non erano presenti (Amalfi-Cava de’ Tirreni ed Aversa), ma soprattutto l’essere andati oltre i soli CdA diocesani, ci ha consentito di aver un quadro più completo della situazione. Fondamentale si è rivelato poi l’aver incrociato i dati affinché ogni utente fosse conteggiato una sola volta. Gli utenti italiani, infatti, tendono più spesso a ritornare nei CdA rispetto agli immigrati, pertanto la loro presenza era stata sovrastimata. Così, il fenomeno immigrazione che lo scorso anno era in parte sfuggito, si è reso evidente alla nostra analisi in tutta la sua consistenza.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
La massiccia presenza di
stranieri nei Centri di Ascolto della Campania, e la stima compiuta dal Dossier Immigrazione 2005 sulle presenza
d’immigrati nella Regione, dimostra
che in Campania il fenomeno migratorio non è più legato a movimenti di
passaggio o di transito, in attesa di successivi trasferimenti in altre zone
del Paese o europee, ma si struttura invece come fenomeno oramai consolidato
nel tessuto sociale campano.
Il dato del 52,0% riavvicina
quindi
Tabella 3 – Distribuzione utenti CdA in Italia
aprile-giugno
2004
|
Cittadinanza |
% |
|
Stranieri |
64,7% |
|
Italiani |
35,0% |
|
Doppia cittadinanza |
0,2% |
|
Altro |
0,1% |
Fonte:
Caritas Italiana
La possibilità di confrontare i
dati relativi alla presenza di utenti italiani nei CdA campani con quelli degli
stranieri, ci consente di comprendere ancora meglio come le dinamiche di
disagio ed esclusione sociale spesso si diversifichino considerevolmente tra i
due gruppi.
Uno dei fenomeni da porre maggiormente
in evidenza è legato alla possibilità di avere differenti reti informali cui
ricorrere in caso di bisogno. Ricordiamo, infatti, che in questo caso è fondamentale
il concetto di “capitale sociale”, inteso come possibilità di trarre dalle
relazioni sociali a propria disposizione conoscenze, informazioni, aiuti per
realizzare i propri scopi. In particolare, in situazioni di disagio, il
“capitale sociale” può essere utile per trovare lavoro o sostegno immediato. Vi
sono a riguardo delle profonde differenze tra italiani e stranieri. Infatti,
laddove siamo in presenza di gruppi più coesi come quelli formati dagli
stranieri tra di loro, ma che al tempo stesso risultano però meno aperti verso
l’esterno, abbiamo maggiore difficoltà nella circolazione di informazioni e
minore possibilità che possano scaturire occasioni lavorative. Invece per gli
italiani, che sono ben più radicati nel territorio, una presenza di conoscenze
personali anche superficiali ma più vaste, portano ad un maggior numero d’informazioni
e quindi maggiori occasioni d’impiego.
Se confrontiamo il tasso
d’incidenza minimo del disagio sociale mettendo a rapporto il numero di utenti
italiani censiti (548) con la relativa popolazione residente italiana in
Campania (5.632.304) e gli utenti stranieri censiti (595) con quelli residenti
in Campania (128.049), ci accorgiamo che per gli italiani il tasso è lo 0,01%
mentre per gli stranieri è pari allo 0,5%. Pur considerando, per quanto detto
prima, che questi numeri sono assolutamente sottostimati, è pur vero che
confrontando tra loro i due indici ci accorgiamo che la popolazione straniera
presente sul territorio è cinquanta volte più sovresposta al rischio di povertà
e marginalità sociale. In questo caso quindi il ruolo dei Centri di Ascolto
diventa ancor più prezioso per consentire agli stranieri di recuperare quel gap
sociale dovuto a un minor radicamento nel territorio e quindi ad uno scarso
capitale sociale.
Altro elemento chiave per comprendere come stia mutando il fenomeno migratorio in Campania è legato all’analisi per nazionalità. Questa rileva come la maggioranza degli utenti provenga dall’Europa Orientale (Ucraina, Romania, Polonia, Russia, Bulgaria, Albania, Lituania), mentre le altre presenze significative riguardano innanzitutto il continente africano (Algeria, Marocco, Somalia, Tunisia, Senegal, Nigeria, Ghana). L’Asia è invece rappresentata soprattutto dallo Sri Lanka, che si segnala come una delle comunità di più antico insediamento, presente anche qualche utente dell’India (0,7%). Il continente americano è invece scarsamente rappresentato se non da Repubblica Domenicana e Perù.
Da sottolineare in particolare il dato che riguarda gli utenti cinesi. Infatti, pur essendo quella cinese una delle comunità che mostra la maggiore crescita di presenze nella nostra regione, si segnala un solo utente nei CdA campani in sei mesi di rilevazione. Questo a dimostrazione di come sia forte la rete di solidarietà interna a questa comunità, ma anche la difficoltà dei Centri di Ascolto nel rispondere ai loro bisogni legati soprattutto a problematiche linguistiche, burocratiche e legali, piuttosto che al soddisfacimento di bisogni materiali (pulizia personale, vestiario, mensa). Si pone quindi in evidenza come occorrano nei CdA della Campania mediatori culturali in grado di porsi in ascolto ed interagire con una delle comunità oramai più presenti nella regione.
Tabella 4 – Distribuzione degli utenti
immigrati per nazionalità maggiormente rappresentate nei CdA Campani
|
Paese di origine |
v.a. |
% |
|
151 |
25,4% |
|
|
Romania |
117 |
19,7% |
|
Polonia |
72 |
12,1% |
|
Russia |
27 |
4,5% |
|
Algeria |
25 |
4,2% |
|
Marocco |
24 |
4,0% |
|
Sri Lanka |
22 |
3,7% |
|
Bulgaria |
21 |
3,5% |
|
Albania |
12 |
2,0% |
|
Somalia |
10 |
1,7% |
|
Tunisia |
10 |
1,7% |
|
Rep.
Domenicana |
8 |
1,3% |
|
Lituania |
8 |
1,3% |
|
Senegal |
7 |
1,2% |
|
Moldavia |
6 |
1,0% |
|
Nigeria |
6 |
1,0% |
|
Ghana |
5 |
0,8% |
|
Perù |
5 |
0,8% |
Fonte:
CdA Campania Progetto Rete
Occorre specificare che i
restanti 59 utenti non presenti nella tabella relativa alle maggiori presenze
migratorie nei Centri Caritas della Campania, sono rappresentativi di 29 etnie,
per un totale quindi di 47 diverse etnie
rilevate in sei mesi di osservazione nei CdA analizzati.
Il dato relativo a coloro che hanno un regolare permesso di soggiorno è decisamente molto basso (29,6%) a fronte di chi ha invece dichiarato di esserne sprovvisto (51,4%). Inoltre è presumibile ritenere che la maggior parte di coloro che non hanno risposto alla domanda (17,0%) lo abbiano fatto perché, presenti irregolarmente in Italia, erano timorosi di possibili conseguenze. Anche se, come l’indagine qualitativa mostra, coloro che sono sprovvisti di permesso trovano nei CdA un prezioso punto di riferimento, per cui tale dato risulta ovviamente sovradimensionato. Un valore così elevato ci spinge comunque ad ipotizzare che la problematica relativa all’immigrazione clandestina sia lungi dall’essere risolta.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Classi di età
L’analisi delle classi di età
mette in risalto l’elevata concentrazione degli utenti dei Centri di Ascolto
Caritas nella fascia centrale 35-39 anni,
con 171 soggetti pari al 15,7% del
totale. Al secondo posto la fascia 30-34
anni con 143 utenti, pari al 13,1%.
Seguono quindi, come evidenziato nella tabella 5, il resto delle classi.
Tabella 5 - Utenti CdA Campania per classi
di età
|
Classi d’età |
n. utenti |
% |
|
0-9 |
0 |
0 |
|
10-14 |
7 |
0,6% |
|
15-19 |
19 |
1,7% |
|
20-24 |
69 |
6,3% |
|
25-29 |
106 |
9,7% |
|
30-34 |
143 |
13,1% |
|
35-39 |
171 |
15,7% |
|
40-44 |
132 |
12,1% |
|
45-49 |
134 |
12,3% |
|
50-54 |
113 |
10,3% |
|
55-59 |
91 |
8,3% |
|
60-64 |
40 |
3,7% |
|
65-69 |
28 |
2,6% |
|
70-74 |
22 |
2,0% |
|
75-79 |
9 |
0,8% |
|
80-84 |
6 |
0,5% |
|
85-89 |
3 |
0,3% |
|
totale |
1093 |
100,0% |
Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Questo dato può essere messo a
confronto con quello fornito dall’ISTAT riferito alla popolazione residente in
Campania al 1° gennaio 2004 che è pari a 5.760.353 persone. Occorre però
mettere subito in evidenza che il confronto non è effettuato tra aree
territoriali omogenee, mancando nella nostra indagine alcune province campane.
Questa stima inoltre non include la popolazione residente non regolare, costituita per lo più da stranieri in situazioni di irregolarità o clandestinità, fenomeno che abbiamo appena analizzato con il 51,4% di stranieri senza permesso di soggiorno. Vi potrebbe infine essere una parte residuale di italiani presenti in Campania ed utenti Caritas, ma con residenza anagrafica in altre regioni.
Il confronto tra le tabelle 5 e 6
è però comunque interessante, perché le classi di età corrispondono ed è quindi
possibile fare comparazioni precise. Da quest’analisi scopriamo così che se
effettivamente le due classi maggiormente rappresentate corrispondono alle
stesse relative ai dati dei CdA campani, i relativi valori ISTAT sono però in
percentuale molto più bassi: classe d’età 35-39 anni 8,0%; classe d’età 30-34
anni 7,9%.
All’interno dell’universo Caritas le classi centrali d’età sono quindi sovrarappresentate, mentre ci si accorge subito che vi è una sottostima relativa alle fasce di età estreme, ovvero i minori e gli anziani.
Relativamente ai dati dei CdA campani, i minori fino a 14 anni sono infatti solo lo 0,6%, mentre la popolazione effettiva in questa fascia di età è pari al 18,0%. Discorso analogo per coloro che hanno 65 o più anni di età che secondo l’Istat sono il 14,9%, mentre dai dati della Rete risultano essere solo il 6,2%.
Tabella 6 - Popolazione Campania per classe
di età
|
Classi d’età |
numero utenti |
% |
|
325411 |
5,6% |
|
|
5-9 |
334661 |
5,8% |
|
10-14 |
377432 |
6,6% |
|
15-19 |
384340 |
6,7% |
|
20-24 |
410901 |
7,1% |
|
25-29 |
440172 |
7,6% |
|
30-34 |
452308 |
7,9% |
|
35-39 |
459393 |
8,0% |
|
40-44 |
422611 |
7,3% |
|
45-49 |
372403 |
6,5% |
|
50-54 |
339022 |
5,9% |
|
55-59 |
317153 |
5,5% |
|
60-64 |
273007 |
4,7% |
|
65-69 |
250719 |
4,4% |
|
70-74 |
233112 |
4,0% |
|
75-79 |
181797 |
3,2% |
|
80-84 |
113286 |
2,0% |
|
85-89 |
45622 |
0,8% |
|
90 e oltre |
27003 |
0,5% |
Fonte: ISTAT
La minore presenza di
giovanissimi ed anziani nei CdA non può essere letta come indicatore di
benessere sociale di queste fasce di popolazione, ma è comprensibile alla luce
di più spiegazioni diverse.
Per i più giovani abbiamo innanzitutto il ruolo d’interfaccia dei genitori, in particolare della madre come detto in precedenza, per cui è soprattutto questa a farsi portatrice dei bisogni dei figli.
Per quanto riguarda gli anziani il fenomeno è invece più complesso. Anche in questo caso occorre una ripartizione delle classi di età per nazionalità. Ci accorgiamo subito, quindi, della scarsa presenza di anziani tra gli immigrati dovuta soprattutto ad un fenomeno migratorio relativamente recente nel nostro Paese, legato a progetti di vita sono stati finalizzati ad un ritorno in patria. Con la comparsa delle seconde generazioni è prevedibile che quest’atteggiamento muti. In ogni caso ciò determina al momento un rigonfiamento delle classi centrali di età.
Bisogna però aver presente che
anche per gli italiani il tasso d’incidenza degli anziani è molto più basso
rispetto ai dati della popolazione residente. Per comprendere se questo sia un
fenomeno solo locale o si estenda anche a livello nazionale, è importante fare
un confronto con i dati rilevati da Caritas Italiana. Scopriamo così che anche nel
resto d’Italia la presenza degli anziani è sottostimata rispetto ai dati della
popolazione residente. Per trovare una spiegazione occorre allora servirsi dell’indagine
qualitativa. Questa rileva, infatti, la scarsa propensione da parte degli
anziani a ricorrere ai Centri di Ascolto. Le motivazioni sono legate a quelli che potremmo definire
casi di povertà “riservata” che vede molti anziani, per ragioni di dignità,
evitare il ricorso a strutture assistenziali che li esporrebbero a rischi di
stigmatizzazione sociale, preferendo cercare, laddove possono, risposta ai
propri bisogni presso il circuito informale.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Ricordiamo che il modello italiano di welfare continua a basarsi sulla disponibilità della famiglia nei confronti dei segmenti più deboli di popolazione. I forti legami di solidarietà continuano a concretizzarsi in aiuti per assistere gli anziani (19%) e i bambini (25%), fare compagnia, accompagnare o dare ospitalità (28%), fornire aiuti domestici (23%), dare un sostegno economico (18%), effettuare prestazioni sanitarie (12%), aiutare nello studio (10%) o nel lavoro (11%).
Il numero di individui coinvolti
attivamente nelle reti di aiuto informale è andato crescendo nel corso degli
ultimi venti anni. Proprio il sostegno rivolto agli anziani con il
coinvolgimento della rete informale per il 67% dei casi, e ancor di più per le
famiglie con bambini che ricevono aiuti dalla rete informale per il 77% del
totale, spiega lo scarso ricorso a strutture medie o grandi di assistenza
(fonti Istat).
Stato civile e situazioni di convivenza
Volendo compiere un’analisi degli utenti Caritas in
relazione alla loro situazione familiare, l’esame relativo allo stato civile è
importante per comprendere se tra gli utenti dei Centri di Ascolto vi sia un
concreto svantaggio sociale legato a determinate tipologie di convivenza.
Nel caso degli utenti della
Campania, il dato più frequente relativo allo stato civile è quello di coniugato/a con una percentuale del 47,2% rispetto al totale. Paragonando
questo dato con quello nazionale rilevato da Caritas Italiana (46,3%), si
scopre che quest’ultimo è leggermente inferiore (0,9%), non vi sono quindi
particolari differenze rispetto alla media nazionale. Rilevante numericamente
anche il dato che si riferisce a celibi
e nubili pari al 28,4% in
Campania, e quindi inferiore al dato nazionale (33,4%) di ben 5 punti
percentuali. Le carriere di povertà nella regione sembrano quindi riguardare
meno le persone non sposate rispetto al resto d’Italia. Per capire questa
differenza è interessante però analizzare i dati che si riferiscono a coloro
che non sono inseriti all’interno di nuclei familiari stabili, per comprendere
se finiscano per avere un tasso di debolezza sociale maggiore rispetto agli
altri. A riguardo di particolare rilievo sono le condizioni di convivenza
definite di “nucleo spezzato”. Con questo termine ci si riferisce a contesti in
cui il soggetto non è più convivente con il proprio nucleo familiare di origine.
I fenomeni sociali che possono portare a situazioni del genere sono legati a
diverse ragioni: divorzio, separazione legale o di fatto. In riferimento però
ai cittadini stranieri, è soprattutto una condizione legata al fenomeno migratorio
con un desiderio spesso inappagato di ricongiungimento familiare.
Le situazioni di “nucleo
spezzato” nel caso della Campania rappresentano il 13,8% degli utenti. Nel
campione nazionale realizzato dalla Caritas Italiana, questo dato è pari
all’11,9%, quindi inferiore dell’1,9%. Questo mostra come in una situazione
come quella della Campania, in cui vi è una diffusa povertà economica, i
percorsi di disagio sociale e le carriere di povertà siano facilitate nel
momento in cui la “protezione familiare” viene a mancare. Infatti, pur non
volendo ipotizzare legami determistici di causa ed effetto tra alcune tipologie
di convivenza e la presenza di situazioni di disagio sociale, il confronto con
i dati della popolazione residente mette in evidenza come gli utenti che vivono
situazioni di nucleo spezzato è decisamente sovrastimato nei Centri di Ascolto.
Il ruolo centrale della famiglia, quindi, si conferma fondamentale in Campania. Numerosi dibattiti sono stati realizzati in proposito tra chi, come il sociologo Banfield, riteneva che la grande forza della famiglia nucleo conducesse al “familismo amorale” causa dell’arretratezza economica del Meridione, e chi invece vedeva e vede nella famiglia una preziosa risorsa laddove vi è una marcata latitanza delle istituzioni. I nostri dati sembrano comunque dimostrare la necessarietà della rete familiare.
Tabella
7 – Utenti CdA Campania per stato civile
|
Stato civile |
numero utenti |
% |
|
Coniugato/a |
497 |
47,2% |
|
Celibe o nubile |
299 |
28,4% |
|
Vedovo/a |
84 |
8,0% |
|
Divorziato/a |
77 |
7,3% |
|
Separato/a legalmente |
69 |
6,5% |
|
Altro |
28 |
2,6% |
|
Totale |
1054 |
100,0% |
Fonte:
CdA Campania Progetto Rete
Alcune considerazioni fatte
finora trovano il loro completamento nell’analisi della distribuzione secondo
il tipo di convivenza. La maggioranza degli utenti dei CdA della Rete campana vive in nucleo con propri familiari o parenti (61,1%). Questo dato,
confrontato con quello nazionale rilevato da Caritas Italiana pari al 51,3% e
quindi inferire di 9,8 punti percentuali, conferma come il peso della famiglia
sia rilevante in Campania, ma mette in evidenza anche che proprio la famiglia ha
minore capacità di difendersi qui rispetto al resto del Paese.
Il dato relativo alle persone che vivono sole è pari al 20,6% e quindi leggermente inferiore rispetto alla media nazionale (21,5%), ma comunque non troppo diverso.
In linea con quanto sostenuto in precedenza, le maggiori differenze riguardano invece coloro che vivono in nucleo con conoscenti o soggetti esterni alla propria famiglia: CdA campani 15,8%, CdA italiani 27,2%.
Tabella 8 - Utenti CdA Campania per tipo di convivenza
|
Con chi vive la persona |
v. a. |
% |
|
Solo |
209 |
20,6% |
|
In nucleo
con propri familiari o parenti |
620 |
61,1% |
|
In nucleo
con conoscenti o soggetti esterni alla propria famiglia |
161 |
15,8% |
|
Presso istituto, comunità, ecc. |
10 |
1,0% |
|
Altro |
15 |
1,5% |
|
Totale |
1015 |
100,0% |
Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Altro dato da valutare all’interno del panorama di convivenza familiare nei CdA, quello che si riferisce a chi ha un coniuge o un partner convivente. In questo caso sono molti coloro che non hanno risposto alla domanda, come del resto era abbastanza prevedibile considerando la delicatezza della questione. Infatti, su 1245 utenti, i dati validi sono stati solo 868. Tra coloro che hanno indicato la propria situazione di convivenza, hanno affermato di avere un coniuge o un partner convivente 412 persone (47,5%), mentre dichiarano di non convivere con nessuno 456 utenti (52,5%). Considerando che le persone coniugate risultano il 47,2%, questi dati sembrano dimostrare che non vi sia un numero eclatante di rapporti di convivenza al di là del matrimonio. Occorre però innanzitutto ricordare l’elevato numero di persone che non hanno risposto alla domanda, e che quindi lasciano una zona d’ombra sul fenomeno. L’unico dato che possiamo trarre a riguardo è relativo alla percentuale di donne (30,3%), che non hanno risposto alla domanda rispetto al loro totale. Mentre per gli uomini abbiamo un valore pari al 27,5% sul totale degli stessi. Le donne sembrano quindi maggiormente riservate.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Per riuscire ad analizzare più a
fondo la situazione, risulta basilare ancora una volta scindere questo dato tra
utenti italiani e stranieri. Scopriamo così che nell’aggregazione delle due
tipologie, vi sono fenomeni nascosti che si sovrappongono fino ad annullarsi. Infatti,
per gli italiani abbiamo il 50,3% di utenti coniugati a fronte però del 55,5%
di coloro che vivono con un coniuge o un partner. Questa differenza (5,2%) è
data quindi da coloro che vivono situazioni di convivenza al di fuori del
matrimonio. Non è
assolutamente un valore che stupisce, ma rischiava di non essere percepito.
Funge da contraltare l’analisi dei dati degli immigrati. In questo caso risultano coniugati il 44,4% degli utenti, ma vivono con un coniuge o con un partner solo il 37,7% di questi. Pertanto questa volta la differenza (6,7%) è di segno opposto. Questo valore rende evidente il fenomeno delle separazioni dovute a coloro che lasciano il proprio coniuge e spesso l’intera famiglia nel paese di origine, per venire a lavorare in Italia.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Interessante infine un confronto relativo allo stato civile tra uomini e donne di cittadinanza non italiana. Troviamo così che percentualmente non vi sono visibili differenze tra le coniugate (44,3%) ed i coniugati (44,7%). Invece sono molti di più in percentuale i celibi (49,5%) che le nubili (26,6%), segno che proprio le situazioni di “nucleo spezzato”, volendo considerare anche i casi di vedovanza, portano più facilmente ad un movimento migratorio per le donne. In questo caso queste ultime sono spesso costrette a lasciare i propri figli in patria, anche se sono minorenni.

Fonte: CdA
Campania Progetto Rete
Condizione professionale
Tra gli utenti dei Centri di Ascolto coinvolti nell’indagine, la condizione professionale più diffusa è quella di disoccupato, interessando il 70,9% totale dei casi.
Questo dato così elevato non
sorprende assolutamente considerando che
Il confronto con l’indagine nazionale di Caritas Italiana mostra che anche a livello nazionale la condizione più ampia è quella di disoccupato (61,6%), ma questo valore è ben 9,3 punti percentuali inferiore. Una differenza considerevole che non può non essere segnalata con forza.
Al secondo posto troviamo gli occupati con il 13,1%, valore al di sotto della media nazionale, ma comunque rilevante. Questo dato dimostra che anche avere un lavoro può condurre a problematiche di povertà ed esclusione sociale. In questo caso in sociologia è stata coniata la categoria del working poor, che indica appunto coloro che pur non vivendo in condizioni di estromissione lavorativa hanno problemi di povertà. Pur non essendo questo fenomeno particolarmente diffuso nella regione rispetto a quanto accade nel Centro e nel Nord Italia, è comunque significativo delle difficoltà economiche che in Campania incontrano in particolare i nuclei familiari monoreddito.
Al terzo posto ci sono le casalinghe con il 7,8%. In questo caso non è possibile stabilire se questa sia una scelta voluta o se si tratti invece di una conseguenza dovuta alla difficoltà nel trovare lavoro.
Sono pensionati il 5,0% del totale. Si tratta di un valore non molto alto, ma risulta essere un logico effetto della scarsa affluenza di anziani nei Centri di Ascolto.
Poco significative percentualmente le restanti condizioni professionali.
Tabella 9 – Utenti CdA Campania
per
condizione professionale
|
Condizione
professionale |
v.a. |
% |
|
Disoccupato/a |
722 |
70,9% |
|
Occupato/a |
133 |
13,1% |
|
Casalinga/o |
80 |
7,8% |
|
Pensionato/a |
51 |
5,0% |
|
Studente |
13 |
1,3% |
|
Inabile al lavoro |
6 |
0,6% |
|
In servizio di leva/civile |
1 |
0,1% |
|
Altro |
12 |
1,2% |
|
Totale |
1018 |
100,0% |
Fonte:
CdA Campania Progetto Rete
Il confronto tra italiani e immigrati evidenzia che il 76,5% di utenti stranieri risulta disoccupato, a fronte del 64,6% di italiani. Questo valore dimostra che laddove gli immigrati si trovano senza lavoro, non avendo importanti reti informali su cui contare, rischiano di trovarsi più facilmente in situazioni di disagio sociale. Da considerare inoltre che gli immigrati che hanno un lavoro, ma che comunque si rivolgono alla Caritas sono il 17,1%, mentre gli italiani occupati sono pari all’8,8%. Anche in questo caso la differenza può essere attribuita alle diverse reti informali a disposizione.
Il fenomeno delle casalinghe riguarda soprattutto le cittadine italiane (13,1%) piuttosto che le straniere (3,2%), così anche per i pensionati, che sono soprattutto italiani (8,8%) rispetto agli stranieri (0,1%). Sono dati questi perfettamente in linea con quanto detto precedentemente sulla situazione lavorativa femminile e sulle classi d’età.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Dimora abituale
Dichiarano di avere un domicilio
866 utenti che relativamente ai dati validi ci danno una percentuale pari allo
85,4%, di conseguenza risulta che il 13,9%
non ha una dimora. E’ quest’ultimo un dato comunque alto, considerando che
la casa è certamente un bene primario, ma inferiore rispetto alla media
nazionale (stimata da Caritas Italiana nel trimestre aprile-giugno 2004) con il
24,6%.
Occorre sottolineare che non tutti i casi di persone senza fissa dimora possono però essere fatte coincidere con la classica tipologia del “barbone”. In alcuni casi si tratta di coloro che, pur avendo un riparo per la notte, dichiarano di non avere una dimora essendo temporaneamente ospitati da altri: amici, conoscenti, datori di lavoro (badanti e colf). Questo quindi pone in evidenza come quella della Campania non sia una povertà che potremmo definire estrema, se non in una percentuale piuttosto ridotta.
L’85,4% di utenti che hanno un
domicilio indicano che la situazione delle povertà in Campania può essere a
giusta ragione inquadrata nel più vasto orizzonte del disagio sociale. E’ una
povertà quindi non legata ad una carenza cronica di risorse materiali o a
situazione di disagio psicologico e di esclusione sociale che ha condotto le
persone a vivere per strada. Si tratta per lo più di coloro che a causa di
difficoltà lavorative, legate a situazioni di disoccupazione cronica, come già
evidenziato in precedenza, non riescono a “sbarcare il lunario”. Come mostrerà
l’indagine qualitativa è una povertà familiare che sembra solo crescere nel
tempo.

Fonte:
CdA Campania Progetto Rete
Ancora una volta considerare in
maniera disaggregata i dati degli italiani rispetto a quelli degli immigrati,
mette in luce come ci siano enormi differenze tra le due tipologie. Ci rendiamo
conto, infatti, che i senza fissa dimora sono soprattutto migranti con il 25,2%
rispetto al totale degli immigrati, mentre gli italiani sono solo il 2,8%.
Perciò, pur confermando che una parte degli stranieri potrebbe considerarsi
senza fissa dimora perché ospite dei propri datori di lavoro, il dato conferma
che coloro che provengono da altre nazioni sono incredibilmente sovresposti al
rischio di povertà e marginalità sociale.
Titolo di studio
Uno dei fattori più importanti
per consentire l’integrazione e la mobilità sociale è rappresentato dal
possesso di un titolo di studio adeguato alle richieste del mercato del lavoro.
Diventa quindi fondamentale analizzare il livello d’istruzione degli utenti per
comprendere quanto può incidere sui processi d’esclusione sociale un non
adeguato bagaglio di competenze formative.
La condizione più diffusa riguarda il possesso della licenza media inferiore (32,7%), cui fanno seguito coloro che hanno la licenza elementare (28,7%). Se a questi dati aggiungiamo chi dichiara di essere analfabeta (3,7%) o comunque di non possedere alcun titolo (3,0%) giungiamo ad un totale del 68,1%.
Se consideriamo come parametro di rischio sociale il mancato possesso di un diploma di scuola media superiore, ci accorgiamo che tale condizione è relativa a quasi sette utenti su dieci.
La possibilità di raggiungere un soddisfacente livello d’istruzione attraverso adeguati corsi di recupero, potrebbe perciò dimostrarsi una scelta vincente. Non rientra ovviamente nei compiti prioritari di un Centro di Ascolto quello di organizzare corsi di formazione scolastica, ma può rappresentare un valido intervento l’attivarsi per favorire il recupero della scolarità perduta.
Nei fatti occorre evidenziare
come da parte degli utenti dei CdA campani vi siano raramente richieste di
interventi del genere.
Tabella 10 - Utenti CdA Campania per titolo di studio
|
Titolo di studio |
frequenza |
% |
|
31 |
3,7% |
|
|
Nessun titolo |
25 |
3,0% |
|
Licenza elementare |
242 |
28,7% |
|
Licenza media inferiore |
275 |
32,7% |
|
Diploma professionale |
141 |
16,7% |
|
Licenza media superiore |
80 |
9,5% |
|
Diploma universitario |
14 |
1,7% |
|
Laurea |
32 |
3,8% |
|
Altro |
2 |
0,2% |
Fonte:
CdA Campania Progetto Rete
Confrontando gli utenti italiani
e quelli immigrati, il primo dato che emerge è quello relativo al numero di
persone che dichiarano il loro grado d’istruzione: sono il 65,9% per gli
italiani, mentre per gli stranieri il valore è pari all’80,3%, con una differenza
del 14,4%. E’ possibile ritenere che la maggiore reticenza degli italiani sia
imputabile al più basso livello d’istruzione rispetto agli stranieri, come
risulta dal grafico 11.
Gli stranieri, infatti, sono in genere più istruiti. Tra gli utenti dei CdA della Campania gli immigrati laureati sono il 5,6%, mentre gli italiani rappresentano appena l’1,4%. Lo stesso dicasi per coloro che sono in possesso di un diploma universitario (stranieri 2,7%, italiani 0,3%) o di licenza media superiore (stranieri 11,7%, italiani 6,6%).
Questi dati dimostrano quindi che gli immigrati hanno in media una formazione più elevata degli italiani, eppure molto spesso persistono nei loro confronti una serie di pregiudizi che li considerano poco istruiti ed un peso per l’economia italiana. In realtà è importante rilevare che la spesa per la loro formazione è stata interamente a carico dei paesi da cui provengono, e quindi costituiscono una risorsa gratuita per la nostra regione che dovrebbe essere adeguatamente utilizzata. Molto spesso invece sono impiegati in lavori dequalificati con un enorme spreco di risorse.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Anche i dati a livello nazionale dimostrano che il livello d’istruzione della popolazione straniera residente in Italia è superiore a quello degli italiani. Come risulta dal Dossier Statistico Immigrazione 2005 Caritas/Migrantes, i laureati stranieri sono 4,6 punti percentuali in più degli italiani. Discorso analogo per i diplomati: 1,9 punti percentuali in più, e per coloro che sono in possesso di licenza media superiore: 2,8% in più. Di positivo per gli italiani il minor numero di analfabeti (1,0%) e di alfabetizzati (2,4%) rispetto agli stranieri, ma non è altrettanto positivo l’elevato numero di coloro che sono in possesso solo di licenza elementare (25,4%). Possiamo quindi sostenere che tra gli italiani vi siano meno differenze in relazione ai diversi gradi d’istruzione, ma siano decisamente svantaggiati relativamente ai livelli d’istruzione più alti.
Tabella 11 – Livelli d’istruzione della popolazione italiana e di
quella straniera: valori percentuali (Censimento 2001)
|
|
Laurea |
Secondaria superiore
|
Media inferiore |
Elementare |
Alfabeti |
Analfabeti |
|
Stranieri |
12,1% |
27,8% |
32,9% |
12,6% |
12,1% |
2,5% |
|
Italiani |
7,5% |
25,9% |
30,1% |
25,4% |
9,7% |
1,5% |
Fonte: Dossier Statistico Immigrazione
Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati ISTAT
Profilo degli utenti italiani e stranieri
Considerando che il numero di utenti stranieri (595) ed italiani (548) sono risultati quasi equivalenti, e che alcune differenze di fondo sono emerse tra le due tipologie, è interessante tracciare due profili di confronto che almeno in parte possono mettere in evidenza le diverse caratteristiche.
Occorre però sottolineare che molte delle considerazioni fatte in precedenza sfuggono a questo tipo di analisi che ci presenta solo un modello di riferimento.
Dal confronto ci accorgiamo che i principali aspetti che differenziano i due profili sono la classe d’età (italiani: 35-39 anni; stranieri: 30-34 anni), l’istruzione (italiani: licenza elementare; stranieri: licenza media inferiore) e lo stato di convivenza con il coniuge o partner.
Il profilo dell’utente italiano
Ø di sesso femminile
Ø tra 35 e 39 anni d’età
Ø coniugata
Ø in possesso di licenza elementare
Ø ha una dimora abituale
Ø è disoccupata
Ø vive in nucleo con propri familiari o parenti
Ø abita con il proprio coniuge o partner
Il profilo dell’utente straniero
Ø di sesso femminile
Ø tra 30 e 34 anni d’età
Ø coniugata
Ø in possesso di licenzia media inferiore
Ø ha una dimora abituale
Ø è disoccupata
Ø vive con propri familiari o parenti
Ø non abita con il proprio coniuge o partner
Ø proviene dall’Europa dell’est
Ø è sprovvista di permesso di soggiorno
Bisogni degli utenti
La descrizione dei bisogni di una persona rappresenta la fotografia delle difficoltà e delle necessità vissute in un determinato momento da un individuo. Le problematiche possono scaturire da situazioni contingenti o da condizioni croniche, per questo gli stati di necessità possono protrarsi anche per tempi molto lunghi.
L’esperienza all’interno dei Centri di Ascolto ha dimostrato che più grave è la condizione di esclusione sociale, più difficili diventano i percorsi da intraprendere per aiutare la persona a venirne fuori. Spesso, infatti, siamo in presenza di più bisogni diversi concatenati tra loro, che si manifestano simultaneamente o che nel tempo finiscono per sovrapporsi.
Molto spesso gli utenti dei CdA non riferiscono in maniera palese i propri bisogni, o perché la persona è reticente nell’esprimere il proprio stato di disagio o perché non è ancora riuscita a fare luce sulle vere ragioni delle proprie difficoltà. Solo un’opera di ascolto approfondito compiuta dall’operatore, permette di comprendere anche quello che la persona non dice in maniera esplicita.
In questa sezione presentiamo i dati riferiti ai bisogni degli utenti dei Centri di Ascolto aderenti alla Rete, che ancor di più permette di svelare il volto dei percorsi di povertà emergenti in Campania.
Il bisogno che emerge con più
forza è quello legato al problema
occupazionale (33,0%). Questo dato non meraviglia: ricordiamo che
Un paragone a livello nazionale è possibile tramite i dati rilevati da Caritas Italiana. Come era naturale attendersi, rispetto alla media italiana (19,7%), il problema occupazionale in Campania è molto più evidente. I CdA a riguardo cercano di attivarsi tramite un’opera di rete tra coloro che offrono e cercano lavoro, ma è ovvio che dovrebbero essere le istituzioni a fornire le adeguate risposte.
Come conseguenza alla problematica lavorativa, troviamo al secondo posto i bisogni legati alla povertà economica con il 30,4%. Anche questo aspetto conferma che gli utenti dei CdA non vivono condizioni di marginalità estrema, ma una povertà che rende ogni giorno difficile trovare le risorse opportune per sé e soprattutto per la propria famiglia.
Le problematiche abitative (9,6%) sono al terzo posto nella scala dei bisogni. Anche in questo caso, rispetto alla media nazionale (7,5%), il dato risulta più alto di 2,1 punti percentuali.
Volendo quindi fare un confronto
a livello nazionale relativo a questi tre aspetti nel loro complesso: reddito,
lavoro, casa essendo tutti legati a povertà di natura economica, ci accorgiamo
di come effettivamente
Le problematiche familiari rappresentano invece il 7,2%. I legami familiari sembrano quindi reggere abbastanza bene, nonostante i mutamenti della società abbiano almeno in parte intaccato l’istituzione familiare anche nel Meridione.
Le problematiche inerenti la salute rappresentano il 5,2% del totale. Queste sono solitamente legate a situazioni di bisogno croniche, su cui spesso è difficile se non impossibile operare. La loro relativa esiguità rispetto ad altri tipi di problemi, ci dimostra che in generale è possibile compiere un vero percorso di vita con gli utenti, che li aiuti ad uscire dalle loro situazioni di bisogno, ma occorre che il Centro di Ascolto sia un supporto per le istituzione e non che avvenga il contrario.
I problemi d’istruzione riguardano il 4,1% degli utenti. Sono legati, come detto in precedenza, a quel gap formativo che dovrebbe essere colmato per essere maggiormente competitivi nel mercato del lavoro ma che, come vedremo tra poco, non trova adeguate richieste da parte di chi si rivolge al CdA.
I problemi
d’immigrazione sono legati invece solo agli utenti stranieri, ed il valore
percentuale risultante (4,9%) è
piuttosto basso considerando che il 51,4% degli immigrati dichiara di essere
sprovvisto del permesso di soggiorno. La spiegazione può essere attribuita ad
una diversa valutazione degli operatori dei CdA, che non hanno considerato
rilevante per l’analisi delle aree di bisogno dell’utente la mancanza di un
permesso di soggiorno.
Tabella 12 – Bisogni degli utenti dei CdA Campania
|
BISOGNO |
% |
|
Problemi di occupazione |
33,0% |
|
Povertà/problemi economici |
30,4% |
|
Problematiche abitative |
9,6% |
|
Problemi familiari |
7,2% |
|
Problemi di salute |
5,2% |
|
Problemi immigrazione |
4,9% |
|
Problemi di istruzione |
4,1% |
|
Dipendenze |
1,5% |
|
Detenzione e giustizia |
0,9% |
|
Handicap/disabilità |
0,9% |
|
Altri problemi |
2,3% |
|
TOTALE |
100,0% |
Fonte:
CdA Campania Progetto Rete
Il confronto tra i bisogni degli italiani e degli stranieri pone in evidenza come la problematica occupazionale sia legata maggiormente agli immigrati (44,9%) rispetto agli italiani (26,6%), come del resto già testimoniavano i dati relativi alla condizione occupazionale. In questo caso però la differenza in termini percentuali è ancora più marcata proprio perché, sempre in relazione alle più efficaci reti di relazioni informali degli italiani, l’essere disoccupati rappresenta per gli immigrati una situazione più gravosa.
Il disagio degli italiani è quindi legato in maniera più specifica a problemi di tipo economico, come mostra il grafico 12.
Anche per le problematiche abitative si conferma quanto detto per gli stranieri nell’analisi relativa alla dimora abituale. Sono anche in questo caso più svantaggiati degli italiani.
In relazione al disagio familiare, gli italiani con il 10,7% mostrano una situazione di disagio sociale maggiormente legata alla centralità della famiglia, espressione tipica della cultura meridionale.
Il dato relativo all’istruzione è in linea con quanto affermato precedentemente analizzando i diversi livelli d’istruzione. Si conferma quindi per gli italiani una maggiore necessita di formazione, utile per riuscire ad essere competitivi all’interno del mercato lavorativo.
L’analisi attinente le condizioni di salute mostra una problematica più rilevante per gli italiani rispetto agli stranieri. Per spiegarlo occorre ricordare che gli anziani sono quasi del tutto assenti tra gli immigrati e che la salute è certamente il “capitale” più prezioso per gli immigrati.
I disagi legati alla dipendenza da sostanze, alcool o farmaci, rappresentano un valore percentuale molto basso per entrambe le tipologie. Inoltre, come metterà in evidenza la successiva indagine qualitativa, i Centri di Ascolto non sempre riescono a fornire adeguate risposte in proposito. Pertanto coloro che vivono problemi di dipendenza preferiscono rivolgersi ad altre strutture.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Richieste espresse dagli utenti dei CdA della Campania
La richiesta rappresenta ciò che gli utenti dei Centri di Ascolto domandano espressamente durante i colloqui con i volontari. E’ importante sottolineare che non sempre ciò che viene domandato è in linea con il tipo di bisogno rilevato. Questo fenomeno è spiegabile con una non sempre reale lettura da parte dell’utente della propria condizione di disagio. Inoltre c’è una marcata tendenza di chi si rivolge al CdA a cercare di risolvere il proprio bisogno immediato, piuttosto che a voler realizzare un progetto di vita da portare avanti nel tempo.
Relativamente agli utenti dei CdA della Campania, la richiesta maggiormente espressa è legata a beni e servizi materiali quali: docce, mensa, vestiario, viveri, con un valore percentuale pari al 32,3%, mentre domandano lavoro il 30,5% degli utenti. Questo dato conferma quanto detto prima, ovvero che non sempre la richiesta effettuata combacia con il bisogno effettivo. Infatti, pur essendo la problematica lavorativa (33,0%) quella che si è maggiormente messa in luce nell’indagine sui bisogni, la richiesta principale espressa è legata a beni e servizi materiali piuttosto che ad un lavoro, a conferma della tendenza a ricercare una soluzione rapida ai propri problemi. Anche il 13,0% di richieste di sussidi economici è in linea con questo.
A parziale giustificazione di tale atteggiamento, possiamo però evidenziare la consapevolezza da parte degli utenti delle difficoltà di un CdA nel trovar loro un lavoro, non essendo questo un Centro per l’impiego. Esiste quindi una tendenza nel domandare ciò che si crede sia più facile riuscire ad ottenere.
Anche le richieste di tipo sanitario (7,2%), sembrano essere sovradimensionate rispetto ai bisogni di salute (5,2%) e, come vedremo questo fenomeno riguarda soprattutto gli stranieri.
Le richieste di alloggio (3,8%) sono invece sottostimate rispetto alla problematica abitativa (9,6%). Anche in questo caso è possibile legare questo fenomeno alla difficoltà di un CdA a rispondere ad una richiesta del genere.
Altro dato interessante è quello legato alla richiesta di istruzione (1,6%). Il bisogno relativo è infatti pari al 4,1%. Già in precedenza abbiamo sottolineato questa discrepanza come ulteriore sintomo di scarsa disponibilità a realizzare percorsi di vita lunghi e faticosi, atti ad uscire da situazioni croniche di bisogno.
Le richieste di consulenze professionali (4,4%) sono legate soprattutto al bisogno di prestazioni legali, come messo in evidenza dall’analisi per microvoci, piuttosto che essere orientate alla ricerca di consulenti del lavoro, psicologi o assistenti sociali.
L’orientamento (1,9%) è diretto invece per lo più al disbrigo di pratiche burocratiche, con la spiegazione di procedure e l’invio ad uffici per il rilascio di documenti.
L’ascolto, che dovrebbe essere uno dei principali strumenti operativi
all’interno delle dinamiche di un Centro di Ascolto, come sottolinea il nome
stesso, è enormemente sottovalutato dagli utenti con una richiesta pari al 2,8%.
Tabella 13 – Richieste utenti CdA Campania
|
Richieste |
% |
|
Beni e
servizi materiali |
32,3% |
|
Lavoro |
30,5% |
|
Sussidi
economici |
13,0% |
|
Sanità |
7,2% |
|
Consulenza
professionale |
4,4% |
|
Alloggio |
3,8% |
|
Ascolto |
2,8% |
|
Orientamento |
1,9% |
|
Scuola/istruzione |
1,6% |
|
Sostegno
socio-assistenziale |
1,6% |
|
Coinvolgimento |
0,5% |
|
Altro |
0,4% |
|
Totale |
100,0% |
Fonte: CdA Campania Progetto Rete
L’analisi delle richieste ripartite tra italiani e stranieri mette in evidenza come la domanda di beni e di servizi materiali sia maggiore da parte degli immigrati (37,1%) a dispetto del 29,9% degli italiani. Del resto sappiamo che in questa categoria sono comprese la possibilità di usufruire di servizi per l’igiene personale e l’accesso alla mensa, fortemente richiesti da chi è senza fissa dimora, come risultano appunto soprattutto gli immigrati.
Anche per il lavoro le richieste provenienti dagli immigrati (35,2%) sono maggiori degli italiani (27,7%). Ricordiamo del resto che la problematica lavorativa è molto più forte per coloro che non sono nati in Italia, ma forse anche la loro determinazione nel trovare un impiego è maggiore.
Il dato relativo ai sussidi economici è sorprendente per l’enorme divario che esiste tra le due tipologie di utenza. Gli italiani tendono a chiedere molto più spesso (22,2%) un aiuto economico rispetto agli immigrati (3,1%). Unendo quest’analisi al precedente dato del lavoro, e considerando che la richiesta d’istruzione intesa come formazione è prevalente negli stranieri, è possibile delineare un quadro in cui vi sia una maggiore voglia di riscatto sociale da parte degli immigrati. Del resto chi lascia il proprio paese e di conseguenza gli affetti, lo fa nella speranza di migliorare la sua posizione e di aiutare i propri cari. La tendenza a chiedere invece denaro è tipica di chi dinanzi alle difficoltà cerca una soluzione immediata.
La domanda di prestazioni sanitarie è quasi doppia (9,4% stranieri, 4,9% italiani) per gli immigrati, a fronte di maggiori problemi di salute per gli italiani. Questo fenomeno è da imputare alla diversa visione di un CdA, che per un immigrato rappresenta certamente un punto di riferimento maggiore cui rivolgersi per tutti i propri problemi, ma soprattutto per salvaguardare quel “capitale salute” di cui parlavamo in precedenza.
Anche la richiesta di consulenza professionale è esattamente doppia per gli immigrati (5,2%) rispetto agli italiani (2,6%). Ricordiamo che per quanto detto prima, in questa categoria rientrano problematiche di natura legale cui ovviamente gli stranieri sono maggiormente esposti.
Meraviglia la superiore richiesta di alloggio da parte degli italiani che non sembra per nulla in linea con i maggiori bisogni abitativi degli stranieri.
Il dato che si riferisce all’ascolto è leggermente più alto per gli italiani, ma comunque nel complesso molto basso per entrambe le tipologie.
Se relativamente all’orientamento non ci sono significative differenze, si evince invece che le richieste di tipo socio-assistenziale riguardano praticamente solo gli italiani. Analizzando la corrispondente microvoce, scopriamo che a questa categoria afferiscono soprattutto l’assistenza domiciliare e la richiesta di compagnia per persone sole o in stato di bisogno, che quasi sempre si riferiscono a persone anziane o malate che rientrano nella tipologia italiana.

Fonte: CdA Campania Progetto Rete
Interventi effettuati dai CdA della Campania
Gli interventi rappresentano le risposte che i Centri di Ascolto forniscono alle richieste degli utenti. Non sempre però vi è corrispondenza tra l’intervento realizzato e la richiesta effettuata. A volte, infatti, le azioni messe in atto dagli operatori del CdA per venire incontro alle reali esigenze della persona vanno oltre le stesse richieste, o comunque si orientano su strategie diverse.
Gli interventi realizzati nei sei mesi di rilevazione dati all’interno dei Centri di Ascolto aderenti alla Rete in Campania, mostrano che ci sono diverse discrepanze rispetto alle richieste.
Solo relativamente all’erogazione di beni e di servizi materiali, alle prestazioni sanitarie, alla consulenza professionale ed alla richiesta di formazione non appaiono sostanziali differenze percentuali tra richieste ed interventi. Questo perché fondamentalmente sono quattro macrovoci cui i Centri di Ascolto non hanno grandi difficoltà nel rispondere, essendo in linea con i servizi che forniscono. Addirittura la distribuzione di beni e servizi è superiore alla domanda.
Altre richieste sono invece quasi del tutto disattese come nel caso del lavoro (richiesta 30,5%, intervento 3,1%) o comunque soddisfatte solo in modo parziale come per i sussidi economici (richiesta 13,0%, intervento 6,9%), per l’alloggio (richiesta 3,8%, intervento 1,4%) e per il sostegno socio-assistenziale (richiesta 1,6%, intervento 0,9%).
In alcuni casi invece le richieste sono molto basse a fronte di un intervento invece rilevante. E’ il caso dell’orientamento (domanda 1,9%, intervento 6,3%) e del coinvolgimento (domanda 0,5%, intervento 5,5%)
Un discorso a parte merita l’ascolto basilare per la realizzazione di un progetto di vita. Abbiamo già messo in evidenza in precedenza come le richieste di ascolto siano molto basse (2,8%).
Le linee guida di Caritas Italiana vedono nell’ascolto un punto di partenza focale per il percorso di promozione umana, che deve assolutamente essere seguito all’interno dei CdA. Pertanto il dato relativo all’ascolto (31,6%) dimostra come questo cammino sia seguito con impegno nei Centri di Ascolto della Campania, ma occorre ancora migliorare questo valore per porsi realmente al servizio dei più poveri.
Tabella 14 – Interventi realizzati nei CdA Campania
|
Interventi |
% |
|
Beni e servizi materiali |
33,1% |
|
Ascolto |
31,6% |
|
Sussidi economici |
6,9% |
|
Sanità |
6,3% |
|
Orientamento |
6,3% |
|
Coinvolgimento |
5,5% |
|
Consulenza professionale |
3,2% |
|
Lavoro |
3,1% |
|
Scuola/istruzione |
1,5% |
|
Alloggio |
1,4% |
|
Sostegno socio-assistenziale |
0,9% |
|
Altro |
0,2% |
|
Totale |
100,0% |
Parte terza:
Un approfondimento sull’immigrazione
Domanda sociale e povertà emersa in Campania:
Cosa si evince sull’immigrazione
a cura di
Giancamillo Trani
Caratteristiche
socio-anagrafiche degli immigrati
Come già più volte ribadito da quanti hanno lavorato al presente volume, le considerazioni in esso contenute (e, quindi, necessariamente anche quelle del presente capitolo) prescindono da qualsivoglia criterio scientifico, in quanto frutto dei dati relativi ad un campionamento casuale peraltro non contrassegnato neppure dalla determinazione di pesi statistici.
Con la dovuta prudenza, dunque, proveremo a commentare i dati raccolti nel semestre compreso tra aprile e settembre del 2005 all’interno dei Centri d’ascolto delle Caritas Diocesane della Campania.
Prima di addentrarci in altre considerazioni, sarà opportuno richiamare l’attenzione del lettore sul fatto che, anche nella fase di raccolta dati, non si è tenuto conto della distribuzione degli immigrati sul territorio della regione Campania.
Peraltro, nell’ambito dei 25 centri d’ascolto che hanno preso parte alla rilevazione, facenti capo ad 11 Diocesi campane, sono rappresentate soltanto quattro province della regione (sono del tutto assenti dati relativi alle Diocesi che insistono sulla provincia di Benevento), e per giunta anche la provincia di Caserta compare con l’Agro Aversano e con Alife – Caiazzo ma totalmente priva di dati provenienti da territori campani entrati nella storia del fenomeno migratorio regionale e nazionale: il Casertano come pure il Litorale Domitio.

Fonte:
elaborazione G.Trani su dati Delegazione Regionale Caritas
Dunque, l’assenza di dati rilevabili dal Sannio ma, soprattutto, la carenza di stime complete provenienti dal Casertano, rendono arduo cercare di ricostruire compiutamente una mappatura credibile del fenomeno migratorio nella nostra regione, rischiando di compromettere la effettiva rappresentazione dello stesso. Non è da trascurare, inoltre, come si rischi di descrivere l’immigrazione campana a partire da aree rurali e non già da quelle metropolitane, motivo per il quale la situazione campana viene descritta in senso più lato oltre che sulla base dei dati raccolti ed estrapolati. Ciò può comportare un rischio latente di alterazione della situazione rispetto ad un quadro reale più volte richiamato anche da precedenti lavori sull’immigrazione in Campania.
Secondo le stime del “Dossier Statistico Immigrazione
Fonte:Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.
Nel corso degli anni,
l’immigrazione straniera in Campania, come del resto nell’intero Mezzogiorno d’Italia,
ha assunto caratteristiche diverse.
I cambiamenti sono stati
rapidi ed articolati, sia in termini quantitativi (peso
numerico, classi di età, sesso, titolo di studio, ecc.) che in termini
qualitativi (gruppi etnici,
caratteristiche dei modelli migratori, modalità relazionali).
Basti
pensare che
CAMPANIA
- Evoluzione comparativa della presenza immigrata.
|
|
1996 |
1997 |
1998 |
1999 |
2000 |
|
Campania |
56.642 |
64.037 |
67.433 |
63.794 |
68.159 |
|
Sud |
98.685 |
129.332 |
141.833 |
115.804 |
143.121 |
|
Italia |
991.419 |
1.095.622 |
1.240.721 |
1.251.212 |
1.388.153 |
|
|
2001 |
2002 |
2003 |
2004 |
|
Campania |
63.681 |
58.641 |
111.596 |
128.049 |
|
Sud |
133.263 |
134.737 |
260.951 |
263.848 |
|
Italia |
1.362.630 |
1.515.163 |
2.193.999 |
2.786.340 |
Fonte:Dossier
Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.
La prima considerazione che è opportuno fare, relativamente alla differenza di genere, è che, tra gl’immigrati che frequentano i servizi Caritas, le femmine (62,7%) sono in numero decisamente maggiore rispetto ai maschi (37,3%). Questo dato conferma appieno le stime ufficiale e quanto, ormai da anni, viene segnalato dai maggiori esperti del settore: nel Meridione d’Italia l’immigrazione è prevalentemente al femminile, quanto meno a partire dalla seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso.

Fonte:Dossier Statistico Immigrazione
Caritas/Migrantes.
Venendo alla provenienza degli immigrati oggetto del presente studio, vengono segnalate le diciotto principali comunità con percentuali di presenza che vanno dal 25,4 al 0,8 per cento dell’intero campione considerato (595 persone di cittadinanza straniera che rappresentano il 52% degli utenti censiti all’interno delle strutture Caritas, quasi 13 punti sotto la media nazionale).
Tuttavia, la sommatoria dei soggetti appartenenti alle prefate 18 etnie, raggiunge la somma di 536 unità: ne deriva, dunque, la accertata presenza di soltanto 59 utenti stranieri (9,9% dell’intero campione) dei centri d’ascolto Caritas che appartengono ad altre comunità, dato in controtendenza rispetto all’estrema parcellizzazione del fenomeno in regione ma, soprattutto, rispetto alla moltitudine di provenienze (189 accertate da altri studi sull’argomento).
Tornando alle 18 comunità di cui sopra esse, rappresentano:
per
il 77,2% (414 persone) l’Europa
Orientale e Balcanica (Ucraina,
Romania, Polonia, Russia, Bulgaria, Albania, Lituania, Moldavia);
per
il 16,2% (87 persone) l’Africa ( 11%
i Paesi del Maghreb [Algeria, Marocco, Tunisia], 1,8% il Corno d’Africa
[Somalia], 3,4% l’Africa Subsahariana
[Senegal, Nigeria, Ghana] );
per
il 4,1% (22 persone) il continente
asiatico ( anche se sarebbe più corretto dire lo Sri Lanka, visto come è
l’unica nazione rappresentata n.d.r.);
per
il 2,5% (13 persone) il Centro – Sud America ( Repubblica
Dominicana, Perù).

Fonte:
elaborazione G.Trani su dati Delegazione Regionale Caritas
Si conferma dunque la massiccia presenza di immigrati originari dei Paesi dell’Europa Orientale: ormai da circa 10 anni, mediamente, su tre nuovi ingressi di cittadini stranieri in Italia due provengono proprio da questa area geografica.
In dettaglio, la presenza di cittadini maghrebini in assoluto non è una novità ed è, sostanzialmente, da ricondursi al lavoro agricolo cui molti di essi sono dediti, così come la stessa presenza di srilankesi, dominicani, senegalesi, nigeriani è un elemento consolidato sul territorio regionale.
Le vere novità (ma, se ci è consentito, nemmeno poi tanto per chi conosce a fondo le dinamiche migratorie campane) sono rappresentate dalla crescente presenza di russi, bulgari ma, soprattutto, moldavi e lituani (nel caso dei “neocomunitari” originari della Lituania, tuttavia, è lecito nutrire qualche perplessità: a giudizio di chi scrive, sulla base d’una notevole ed accertata casistica, trattasi piuttosto di cittadini ucraini che entrano in Italia con falsi passaporti comunitari).
Rispetto ad eminenti studi sociologici condotti, in Campania, tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, è importante sottolineare come comunità d’antico insediamento (Filippine, Eritrea, Capo Verde, ecc.) non compaiano ai primi posti tra le comunità che frequentano i centri d’ascolto della Caritas, a testimonianza del buon livello di sedimentazione, integrazione e soddisfazione economica raggiunto dalle stesse.
Viceversa, è da segnalare come statisticamente rilevante il riaffacciarsi della comunità somala che dopo un decennio (conclusa la vicenda storica legata al conflitto civile scatenato dalle lotte tra i cd.”signori della guerra”, molti cittadini originari della Somalia erano rientrati in patria) torna ad animare le nostre città.
Tra gli esperti d’immigrazione,
può destare qualche meraviglia anche l’assenza di comunità quali quella ivoriana e burkinabé: si tratta di etnie di antico radicamento, numericamente
consistenti, in particolare, nel Napoletano e nel Casertano: tuttavia,
riprendendo il senso di affermazioni ed analisi già espresse in precedenza,
anche in questo caso si può parlare d’una maggiore inclusione sociale raggiunta
da queste comunità sul territorio campano.
Proseguendo nell’analisi relativa
alle nazionalità degli immigrati rappresentati nel nostro campione, ci piace
soffermarci su tre aspetti: il consolidamento della presenza d’immigrati
originari dell’ Ucraina, l’aumento
di coloro che provengono dalla Romania
e l’assenza di cittadini provenienti dalla Cina
(tra l’altro, tutte e tre queste nazionalità sono ai primi posti nelle
stime ufficiali sulla presenza straniera rilevata sull’intero territorio
nazionale).
Nel caso dei cittadini ucraini, primo gruppo etnico del campione Caritas con 151 presenze, pari al 25,4% del totale, è importante ricordare che:
essi
costituiscono la prima comunità in ciascuna delle cinque province campane;
che
il loro numero è cresciuto, in pochissimi anni, da poche centinaia alle oltre 30.000 presenze delle ultime rilevazioni disponibili;
vengono
massicciamente impiegati nel lavoro di assistenza alla persona e di
collaborazione domestica.
Si fa notare anche la crescita della presenza di cittadini rumeni: in attesa di divenire neocomunitari, il loro numero è andato via via aumentando negli ultimi anni anche grazie alla presenza di rom di passaporto rumeno.
I primi rom dalla Romania, i cosiddetti Vlah (originari della regione della Valacchia), entrarono in Italia all’indomani della brutale schiavitù cui erano stati sottoposti per circa 4 secoli nel loro Paese (1855). Dopo la parentesi del socialismo ceauseschiano – che aveva garantito, oltre alla sedentarizzazione forzata anche un sistema di diritti – doveri equiparante i rom, in tutto e per tutto, agli altri cittadini rumeni – a far data dall’anno 2003, la ripresa dei pogroms di medievale memoria e le condizioni di marginalizzazione sociale dovuta alle discriminazioni razziali nei loro confronti, hanno fatto sì che parecchi fossero costretti a rimettersi in marcia verso mete più ospitali. Dovrebbe però essere ben chiara la distinzione di questi recenti fenomeni migratori – a termine e finalizzati ad una ripresa del progetto sedentario, la maggior parte delle volte nel proprio Paese d’origine – rispetto al tradizionale nomadismo estensivo, legato alla pratica di mestieri oggi per lo più scomparsi e senza mercato alcuno (artigianato del rame, compravendita di cavalli, attività circensi e giostraie, musica).
Quanto ai cittadini cinesi – in Campania presenti numerosissimi ed autori di performances statisticamente rilevantissime, quasi del tutto assenti dal novero delle più cospicue comunità utenti dei servizi Caritas – a giudizio di chi scrive più che per questioni di “incapsulamento” o chiusura e diffidenza nei confronti della comunità ospitante, il loro mancato afflusso va letto nell’ottica di attività di counselling poco confacenti ai loro bisogni. Il fatto di lavorare e di avere una forte rete solidale di connazionali, li esclude dal bisogno di accesso a strutture di accoglienza, mense, docce, guardaroba ed avviamento occupazionale (che sono, in buona sostanza, il ventaglio di attività cui sono dediti i centri di ascolto Caritas). Viceversa, molti dei loro problemi nascono da difficoltà linguistiche, burocratiche, legali e di accesso a servizi pubblici di vario tipo: alla luce di ciò, i cittadini cinesi abbisognano di consulenza altamente specialistica e supportata da reali competenze professionali, che non tutti i centri di ascolto Caritas sono, purtroppo, in grado di assicurare. Ma laddove ciò si verifica, i cinesi frequentano i centri d’ascolto al pari di tante altre comunità di origine straniera.
Risulterà forse utile, per meglio comprendere i cambiamenti intervenuti nel tempo all’interno del movimento migratorio campano, richiamare i dati che emergevano da uno studio del 1993 (“Dossier Immigrazione Campania”), di per sé molto simile a quello che stiamo commentando in queste pagine: chi scrive, opera in Caritas dal 1989 e, già in quegli anni ormai lontani, coordinava l’Area Immigrazione in seno alla Delegazione Regionale Caritas della Campania (all’epoca, il Delegato Regionale era il compianto Mons. Mario Malanga ).
In detto studio si analizzavano i dati socio-anagrafici relativi ad un campione statistico di 1.605 immigrati la cui presenza era stata rilevata dai Centri di Ascolto di alcune Caritas Diocesane della Campania. Detti cittadini stranieri erano maschi per il 69,9% (1.122 persone), femmine per il 30,1% (483 persone).
La provenienza prevalente era quella dai Paesi del Maghreb (476 persone, pari al 29,7%), seguiti dal Corno d’Africa (375 unità, pari al 23,4% del totale), dall’Est Europa (234 immigrati, pari al 14,6%), dall’Africa Subsahariana (225 immigrati, pari al 14%), dall’Asia (159 persone, pari al 9,9%), dall’America Centro-Meridionale ( 136 immigrati, pari all’8,4%).

Fonte:
elaborazione G.Trani su dati Delegazione Regionale Caritas
Le prime 10 comunità del campione Caritas erano le seguenti:
$ Somalia
335 immigrati
$
Algeria 260 “ “ “
$
Marocco 149 “ “ “
$
Costa d’Avorio 132 “ “ “
$
Sri Lanka 129 “ “ “
$
Albania 96 “ “ “
$
Perù 77 “ “ “
$
Tunisia 67 “ “ “
$
Romania 67 “ “ “
$ Ghana 41 “ “ “
Nel 1993, com’è facile evincere
dai dati innanzi riportati, l’immigrazione in Campania era, prevalentemente, africana (il 67,1%
dell’intero campione rilevato presso i Centri di Ascolto Caritas dell’epoca
proveniva dal Continente Nero), pur essendo presenti, in quegli anni, numerosi
immigrati rumeni (il cui ingresso,
in Italia, avvenne all’indomani della caduta del regime di Nicolae Ceausescu,
ovvero sul finire del 1989) ed albanesi (chi
non ricorda il loro drammatico sbarco in Italia, nel 1991?). Anche i cittadini srilankesi (cingalesi come tamil), peruviani e ghanesi vanno segnalati tra le componenti “storiche” del fenomeno
migratorio campano.
Tornando ai nostri giorni e passando all’esame dei permessi di
soggiorno, si rileva che il 51,4% degl’immigrati intervistati ha ammesso di
esserne sprovvisto, mentre ben il 17% del campione ha eluso la domanda: questo
lascerebbe pensare che poco meno del 70%
dei cittadini stranieri che frequentano le strutture Caritas risulta non essere
in possesso del titolo di soggiorno. Ora, se questo dato può essere di per sé
giustificabile (una persona che si rivolge, per aiuto, alla Caritas dovrà ben
avere qualche problema!), stride fortemente con un recentissimo studio condotto
dalla Fondazione ISMU di Milano in
collaborazione con altre organizzazioni tra le quali, appunto,
Mancando cifre precise ed ufficiali da cui partire per determinare la
reale consistenza del numero degl’irregolari, possiamo senz’altro affermare
come, nonostante i tanti proclami successivi al completamento delle operazioni
di regolarizzazione collegate alla Legge “Bossi-Fini”, il problema della
presenza di ampie sacche d’irregolari sul territorio campano – come del resto
su quello nazionale – è ben lungi dall’essere risolto.
Risulterà forse interessante, a questo punto, proseguendo nella disamina dei dati raccolti dalle Caritas Diocesane della Campania, soffermarci sul “profilo”dell’immigrato tipo così come emerge dai dati che stiamo commentando.
Nel 2005, il profilo medio dell’utente straniero afferente ai nostri centri d’ascolto risulta essere quello d’una donna, di età compresa tra i 30 ed i 34 anni d’età, coniugata, in possesso di licenza media inferiore, disoccupata, originaria dell’Europa dell’Est e sprovvista del permesso di soggiorno.
Nel 1993, viceversa, l’”identikit” dell’immigrato che frequentava le strutture Caritas era il seguente: un maschio, di età compresa tra i 19 ed i 40 anni di età, celibe, in possesso del diploma di scuola media, occupato, prevalentemente africano, in possesso del permesso di soggiorno.
Per concludere l’analisi dei dati emersi dalle “antenne” della Caritas sull’intero territorio campano, qualche considerazione sui bisogni emersi di cui sono portatori gli immigrati.
In primo luogo la forte
percentuale di immigrati che si dichiarano senza
fissa dimora (25,2% del totale) conferma come i cittadini stranieri siano
sottoposti, in maniera esponenziale, al rischio di povertà e forte marginalità
sociale. Se a questo aggiungiamo una percentuale di disoccupati del 76,5% appare chiaro e lampante il disagio sociale
nel quale versano gli immigrati. Mancanza del permesso di soggiorno, difficoltà
economiche, problemi familiari e di salute completano il quadro d’insieme:
partendo dal presupposto che, come abbiamo abbondantemente visto, cambiamenti
ci sono stati, a questo punto, riprendendo anche il senso di affermazioni fatte
in precedenza, è più che lecito chiedersi se, realmente,
Donne straniere, famiglie e minori immigrati di seconda generazione.
Come già anticipato in altra parte del volume, la cospicua presenza di donne straniere oltre che collegarsi all’elemento occupazionale (trovano lavoro come colf e badanti) deve, necessariamente, essere messo in relazione con la progressiva stabilizzazione del fenomeno migratorio in Campania, elemento confermato dall’aumento dei permessi di soggiorno rilasciati per ricongiungimento familiare e dall’accresciuta visibilità del peso ponderale delle cd.”seconde generazioni”.
Nel complicato
intreccio della storia della propria vita, potremmo affermare che ogni donna ne
è il personaggio principale. L’essere donna è un universo assai complesso e
caleidoscopico, costituito da relazioni, emozioni, affetti, spesso anche
frustrazioni ed umiliazioni, che recano con sé un notevole bagaglio di istanze
sociali. Realizzarsi nella società come lavoratrice, madre e compagna, significa
individuare sia la propria personale identità,
sia rimarcare il proprio ruolo e rivendicare i propri spazi. Se ancor oggi,
purtroppo, le donne italiane ancora s’interrogano sullo stato di attuazione
delle cd. “pari opportunità“, per le
donne straniere il compito è senz’altro più arduo.
La povertà produce un maggior
impatto sulle donne mentre, al contrario, un aumento del potere delle donne
porta ad un più forte e rapido processo di riduzione della povertà. Il fatto
che un maggior numero di donne soffre di varie forme di povertà è legato al
fatto che esse hanno minori possibilità di accesso all’istruzione, alle risorse
produttive ed al controllo degli assetti, e, in alcuni casi, al fatto che esse
hanno minori diritti nella famiglia e nella società.
Questo, infatti, influisce
negativamente sull’intera famiglia, e soprattutto, sui figli, e di conseguenza
su tutta la comunità; in alcuni Paesi, benché le donne si occupino
dell’agricoltura, dell’allevamento del bestiame e di altre attività che
producono reddito, non hanno diritti di proprietà né possono ottenere prestiti
bancari. Di conseguenza non hanno la possibilità di uscire dalla povertà.
Nelle famiglie povere, la
preferenza è data ai maschi, quando si tratta di frequentare la scuola o corsi
di formazione, e non è raro il caso in cui le ragazze devono lavorare per
mantenere agli studi i fratelli maschi. In tante zone del mondo, alle donne ed
alle ragazze vengono date le rimanenze e gli avanzi dei pranzi consumati dai
maschi.
Sicuramente la donna immigrata
appare come interprete principale d’un lento e silenzioso sviluppo all’interno
della società di accoglienza. Nel contempo non è da trascurare il fatto che
proprio il processo d’inserimento ed integrazione della donna straniera nel
nostro Paese agevolerà il processo di edificazione e consolidamento di una
società realmente multietnica ed interculturale.
Diversi, ma non meno gravosi, i
problemi che le donne immigrate affrontano quotidianamente nelle città
italiane. Sistemate o comunque risolte in qualche maniera le questioni più
urgenti ed essenziali per poter condurre una esistenza quantomeno decorosa –
permesso di soggiorno, una qualunque sistemazione abitativa, un lavoro – anche
alle donne straniere, come del resto a tutti gli immigrati, resta da affrontare
quello che, senz’ombra di dubbio alcuno, era ed è il più grande ostacolo ad una
vera integrazione: la diversità delle culture.
Diffidenze e pregiudizi reciproci
fra immigrati ed autoctoni impediscono il decollo di una vera società civile
multietnica ed interculturale, mentre sappiamo bene che solo la conoscenza e lo
scambio reciproci potranno consentirci di superare i suddetti problemi.
Come già abbiamo accennato in precedenza, se la situazione è già di per sé difficile per gli uomini, lo è ancor di più per le donne immigrate, costrette a subire angherie e violenze senza avere la forza, la conoscenza o gli strumenti necessari per cambiare le cose.
Facilmente le immigrate subiscono
violenza sotto forma di sfruttamento sul lavoro, dove non vengono loro pagati i
contributi INPS, spesso sono costrette a subire abusi sessuali per preservare
il posto di lavoro, senza contare il fatto che non è raro il caso in cui, in
presenza di una gravidanza, vengono messe alla porta dai datori di lavoro senza
alcun preavviso.
Tuttavia non sono solo singoli
cittadini a procurare difficoltà alle donne immigrate: anche le leggi e le
strutture pubbliche, in molti casi, risultano del tutto inadeguate.
Caso esemplare
quello delle ragazze – madri: mentre esistono centri di accoglienza per quelle
munite di documenti o con figlio non riconosciuto dal padre, i centri non
accolgono le donne sole in quanto tali, né donne coniugate con figli, né donne
nubili i cui figli siano stati comunque riconosciuti dal padre di cui
portano il cognome. Questo fa sì che in molti casi i figli non vengano
riconosciuti dal padre affinché non si perda la possibilità di accoglienza nei
centri (in Italia, hanno diritto all’assistenza i figli minori non riconosciuti
dal padre, la cui madre sia priva di reddito o abbia reddito estremamente
esiguo).
E’ inoltre il
caso di ricordare che anche la burocrazia non rende un buon servizio alle donne
immigrate: molte delle misure di sostegno introdotte da leggi nazionali quali
Sempre maggiore è in Campania il numero delle immigrate che si rivolgono per l’assistenza
alle strutture sanitarie pubbliche. L’impatto sulle strutture sanitarie
pubbliche è
evidente e risulta tanto più significativo nel settore materno - infantile e ginecologico.
In particolare le donne straniere
si rivolgono ad ambulatori e ospedali
per visite ostetriche e ginecologiche, nonché per interruzione volontaria di
gravidanza. Nonostante a livello locale da alcuni anni siano attive strutture
per l’assistenza alla popolazione
straniera, i dati forniti dagli operatori
testimoniano come problemi di carattere linguistico, culturale e di
comunicazione ostacolino di fatto un reale accesso alla tutela della salute da
parte delle donne immigrate.
Preoccupanti
sono le condizioni di vita di tale popolazione: ritmi di lavoro massacranti
(14-15 ore al giorno), ambienti malsani e sovraffollati, con il rischio di
diffusione di malattie, presenza di bambini all’interno dei luoghi di lavoro
con pericolo di incidenti. Per richiamare l’attenzione su questa realtà e per
favorire un’assistenza che tenga conto delle esigenze delle immigrate, in più
occasioni medici, operatori dei servizi sanitari, mediatrici culturali hanno
illustrato le
peculiarità dell’immigrazione campana, la dimensione prevalentemente
familiare, l’alta percentuale di giovani e di bambini, le difficili condizioni
di vita spesso fonti di varie patologie.
Una
particolare attenzione andrebbe riservata ai progetti futuri e sulle iniziative
messe in campo per promuovere e garantire una assistenza realmente fruibile per
le donne straniere.